Sussidiarietà e industria, Boccia: «Serve un coraggioso capitalismo riformatore in grado di regolamentare il mondo che cambia»

Attualità // Scritto da Serena Ferrara // 31 gennaio 2017

Sussidiarietà e industria, Boccia: «Serve un coraggioso capitalismo riformatore in grado di regolamentare il mondo che cambia»


“Sussidiarietà e politiche industriali”: quale rapporto e quale dialogo tra piccole e medie imprese, imprese ed istituzioni, imprese ed università, imprese e politica, imprese e società? Cosa si domandano l’un l’altro e come possono venirsi incontro per rilanciare il made in Italy?

A far scaturire il dibattito attorno a queste ed altre questioni è stata l’ultima tappa del tour nazionale di presentazione del Rapporto sulla Sussidiarietà 2015/2016, ospitata dall’università Aldo Moro a Bari il 30 gennaio.

Il documento a cura della Fondazione Sussidiarietà riporta numeri, statistiche e interpretazioni dei dati forniti da 380 imprese di quattro settori produttivi dell’economia italiana (Abbigliamento – tessile, Agroalimentare-ortofrutta, Macchine utensili, Legno-arredo). E fa emergere una chiara realtà: cooperazione, internazionalizzazione, innovazione, rapporti umani e responsabilità sono le parole chiave su cui occorre lavorare.

E occorre lavorare tutti insieme: imprenditori, politici, rettori, amministratori pubblici e istituti di ricerca.

Per questo l’idea di unire attorno ad un tavolo tutti i portavoce che la Puglia che produce avrebbe dovuto mettere a confronto.

Il dibattito, che ha visto protagonisti il presidente CdO di Bari Martin Arborea, il presidente del distretto Teconologico Aerospaziale Pugliese Giuseppe Acierno, il presidente della Commissione Bilancio della Camera dei Deputati Francesco Boccia e il presidente della Fondazione per la Sussidiarietà Giorgio Vittadini, prevedeva un confronto politico- accademico anche tra il governatore Michele Emiliano e l’on. Raffaele Fitto. Causa assenza di questi ultimi, il vis-à-vis non si è però mai consumato.

Piacevole comunque l’intervento di Francesco Boccia, che l’ha presa come: «Una buona occasione per riflettere sul ruolo del Mezzogiorno in un contesto industriale che negli ultimi anni è fortemente cambiato».

«L’Italia dei facili innamoramenti – ha spiegato Boccia – è approdata all'”industria 4.0″ dopo aver insegnato all’estero i concetti di “project financing” e “finanza creativa” ed averli abbandonati a sé stessi. Ho provato i brividi all’annuncio di questa ulteriore invenzione. E non vorrei, ancora oggi, restasse una ennesima trovata politica. Come nei primi anni del capitalismo, dopo la “rivoluzione digitale” la ricchezza è nuovamente troppo concentrata. Sono saltati tutti gli schemi a cui eravamo abituati. Basti pensare che Amazon vale da sola quanto l’80% della somma di tutte le altre imprese presenti sulla Borsa di Milano». 
Serve dunque appianare gli squilibri, ripartendo dalle università e dal dialogo tra le imprese. «Serve anche regolamentare la tassazione per le aziende che operano in rete, per permettere ai giganti esteri che lavorano in Italia come Google, Apple, Amazon, Facebook, Twitter, di pagare nel luogo in cui vengono fatte le transazioni economiche e gli accordi. Oggi come oggi, imporre imposte indirette su imprese digitali è vietato da una direttiva vecchia di 23 anni, che esonera dal pagamento chiunque non abbia una sede stabile in Italia».

Alla storica battaglia sulla web tax, Boccia aggiunge anche quella da imbastire contro: «Le ultime minacce ai modelli di organizzazione degli stati: i bit coin e le altre monete liquide».
Di qui, spiega Boccia: «L’obbligo delle istituzioni di regolamentare il mondo che cambia e di incentivare una convergenza economica, sociale e culturale che capisca che l’Italia è fatta di dieci grandi imprese e 200 territori e non voglia cambiarne l’assetto sul modello di USA e Cina. Serve una classe politica e dirigenziale che questo modello lo rispetti, investendo su innovazione e ricerca per incrociare i business e creare aggregazione. Servono obiettivi più grandi. Serve insomma un capitalismo riformatore coraggioso in grado di superare la resistenza delle imprese a fare squadra».

Interessante l’idea di chiosa del presidente Giorgio Vittadini«Finanziare non solo le idee, ma prima di tutto le persone. Il Sud Italia, attraverso una grande “Operazione Federico II” potrebbe diventare il centro di ogni Sud del mondo, semplicemente investendo in formazione. Se fossi un sindaco o un governatore, pagherei per importare menti brillanti dalle coste del nord Africa, per formarle e rimettere in circolo le loro idee. Come fece Federico II, che decise di trasformare nel centro del mondo quella che prima era stata una Terra di nessuno, così dovremmo fare noi».

Serena Ferrara

Chi è Serena Ferrara

Giornalista pubblicista dal 2005, pianista nella sua prima vita, dirige "La Diretta nuova" (oggi mensile cartaceo "Bisceglie in Diretta") dal 2008 e www.bisceglieindiretta.it dalla sua nascita. Impegnata nel volontariato, cameraman, si occupa anche di comunicazione istituzionale e di grafica




Attualità // Scritto da Serena Ferrara // 31 gennaio 2017