…SCRITTA COL CUORE: BLA BLA BLA…

Letti su Facebook // Scritto da Giuseppe Rana // 12 aprile 2013

…SCRITTA COL CUORE: BLA BLA BLA…


Stazione Milano Centrale

Stazione Milano Centrale

Postato su facebook da Giuseppe Selvaggi il Giovedì 11 aprile 2013 alle ore 22.49

“Pensavo che l’età dei perché fosse relegata a quella della crescita, invece mi accorgo che forse non si cresce mai abbastanza.  A volte, al rientro da un breve soggiorno in Puglia le domande nascono spontanee. Perché a volte la vita ci appare come una specie di trappola? Perché spesso crediamo che non sia un’avventura interessante e perché sempre più persone cominciano a chiedersi superata la mezza età quando riusciranno a godersi la vita? E’ molto più facile affascinarsi alle stranezze del mondo piuttosto che vedere la vita come un viaggio divertente. Certo, se penso a quelle persone che si alzano prima dell’alba e rincasano dopo il tramonto, ogni giorno, dopo una giornata di lavoro duro non posso che dirmi fortunato. Perché sono finito a Milano?

Questa domanda non ha senso oggi, è passato tanto tempo e i ricordi, quando riaffiorano sanno di tradimenti, rabbia, bugie. La prima volta che giunsi a Milano faceva caldo, scesi dal treno con un solo bagaglio a mano, un gruzzoletto in tasca da difendere finché non avessi trovato un lavoro. L’ospitalità me l’avrebbe data una vecchia Signora amica di famiglia, che viveva lì da sempre. Il giorno dopo già indossai la giacca e la cravatta per andare a presentare la mia candidatura ad una grande azienda che preferì assumere il nipote di …. Per un po’ di tempo mi sono chiesto a cosa servissero i documenti attestanti i miei studi.

Sono passati tanti anni da quei giorni, in attesa del lavoro  mi ero specializzato a riempire i vuoti e a organizzare il niente.  Ora scrivo al pc del mio studio nel mio appartamento, un casa borghese senza troppe pretese ma non lontano dal centro. Il mio paese di partenza mi manca, mi manca sempre più spesso anche se ogni volta che ritorno ho fretta di ripartire … troppe cose sono cambiate . Non sto nemmeno a discutere della famiglia e degli amici, questo è scontato. O forse no, ma ad ogni modo credo che sia la prima cosa che viene in mente quando si chiede a un emigrato cosa gli manchi.

BLA_BLA_BLAMi manca il cibo – vero, il clima, tanto e in particolare il sole. A volte, quando mi sento un po’ giù, triste, un po’ abbattuto credo che avrei solo bisogno di una dose di melanina. Pagato il tributo malinconico alle nostalgie, devo confessare che non lascerei Milano facilmente, è  vero non devo pensare troppo alla nebbia o al caffè sapore sciacquatura di piatti.  Non tornerei a vivere a Bisceglie, ma non riesco a rinunciare a tornarvi a fare scorta di  sole e di un po’ di calore umano.

Oltre 30anni fa rimanere in Italia era una delle ipotesi, solo che non avevo proprio idea, a Milano c’erano tanti “paesani” e qualche lontano parente che si ricordava di esserlo solo quando si trattava di non pagare l’albergo infilandosi in casa dei tuoi per parte della stagione estiva. 

La mia ancora di salvezza fu il fratello di mio zio, gestiva un ristorante di lusso nella Milano da bere e si offrì di aiutarmi, trovai alloggio in una stanza messami gratuitamente a disposizione da una vecchia Signora quasi cieca il cui figlio era stato amico fraterno di mio padre, il resto sono solo ricordi,  la strada invasa dai tifosi all’annunzio di essere “campioni del mondo” era il 1982,  ero appena arrivato a Milano. era estate, ero abbronzatissimo, non avevo ancora un lavoro,  avevo poco da festeggiare.

Non conoscevo nessuno e, presentarsi ad un’impresa per chiedere lavoro, sembrava un gesto quasi maleducato, come auto invitarsi a pranzo a casa di uno sconosciuto. Avevo inviato circa un centinaio di curriculum vitae,  avevo ricevuto tutta una serie di risposte “copia e incolla”.  Stavo maturando l’idea di andare via dall’Italia, ma,  il mondo era grande e il fatto di andare incontro all’ignoto mi dava un gran senso di angoscia.

Quando riuscì a farmi assumere in una grande banca internazionale ero solo contento per il prestigio che me ne sarebbe derivato, sarei tornato al paese e come gli emigrati di un tempo che tornavano con la moglie teutonica o la macchina sportiva avrei distribuito bigliettini da visita che avrebbero certificato il mio “successo”. Ricordo con ironica nostalgia il primo giorno di banca, l’equivoco con l’ufficio del personale  dove una poco attenta impiegata aveva predisposto per errore una lettera di assunzione come “commesso” prontamente sostituita con un’altra in cui venivo assunto come assistente del vicedirettore generale in Italia con le pronte scuse del capo del personale, oppure, quella del fotografo del paese a cui mi ero rivolto per le foto da consegnare a corredo della mia pratica di assunzione che in epoca democristiana mi disse: “Peppino per lavorare in banca era proprio necessario andare sino a Milano”.

A Milano per molto tempo non andai a un matrimonio, né a un funerale, né a un battesimo. Sembrava che in quella città nessuno nascesse o morisse o si sposasse, che non capitasse nulla, né di bello né di brutto. Solo più tardi capì che dipendeva da me, vivevo nell’illusione che Milano sarebbe stato il prezzo da pagare solo per pochi mesi, non mi interessava consolidare nessun rapporto umano.

Andavo per le strade e non c’era uno che mi salutasse, che mi sorridesse, che avesse conosciuto mio padre o mia madre, che avesse in comune con me un solo, unico ricordo. Potevo anche inventarmi una nuova identità e nessuno se ne sarebbe accorto.” “Vivere altrove” una esperienza unica è una rarefazione di rapporti umani nel presente perché vedi la tua vita che non può, non deve svolgersi in quel luogo, perche’ vuoi convincerti di non aver del tutto disfatto la valigia.

Al ritorno a “casa” quella vera in Puglia , respiro, sento il profumo  di strade che viaggio dopo viaggio diventano note e accoglienti, riconosco i cantoni e i locali, ricordo momenti e persone. Abbraccio con lo sguardo  la Casa che mi vide giovane e combattivo, una parte di me non è mai partita. Oggi quando mi chiedono  perché , mi convinco ripetendomi che ho combattuto per ampliare gli spazi di luce, avevo come uniche armi la parola, un palcoscenico vuoto e una sedia, tanta fantasia e poco contante. Allora sogno… sogno il mio lungo viaggio della vita ! E penso …”




Letti su Facebook // Scritto da Giuseppe Rana // 12 aprile 2013
  • Franco Russo

    ciao Pino ,per caso dopo una notte insonne mi ritrovo a chattare sul mio portatile e per caso mi imbatto in un tuo percorso di vita vissuto .La tua storia mi ha portato indietro nel tempo,Ciao Pino fine anni 50
    La tua storia è uguale a quella di tanti altri ,una storia che ancora oggi tanti giovani cercano di emulare ,una storia infinita.Sempre alla ricerca di una vivibilità migliore ed un lavoro che ti permette di vivere con dignità .Ciao Pino grazie per avermi dato questa possibilità. Ti saluto con amicizia Franco Russo

  • Michelangelo Tarricone

    Complimenti, Signor Selvaggi, uno scritto veramente illuminante, lucido il Suo che deve soprattutto far riflettere quella “gente” che ha a cuore le sorti di una città come la nostra.
    Sa, Le devo confidare che a tutti noi capita spesso, per fretta o per abitudine, quando dobbiamo spostarci, a fare sempre lo stesso percorso. E’ di solito il più breve e veloce, nel caso stiamo andando al lavoro, o quello in cui sappiamo di trovare le cose che ci piacciono, nel caso stiamo andando a zonzo o per meglio si è alla ricerca di un posto di lavoro.
    Ho letto con molta attenzione il suo scritto notando dei particolari che mi hanno aperto la mente facendomi riflettere su tante cose e soprattutto nel mondo in cui viviamo costellato da cattiveria,invidia,accidia,una delle forme più abiette della società moderna.
    Signor Selvaggi, se ci riflettiamo bene, ci accorgeremo che sempre, in questi casi abbiamo di mira solo la meta e, forse alcune volte, ci disinteressiamo del tutto del percorso che ce ne separa. Ad esempio: abbiamo deciso di comprare quel vestito o quel libro e abbiamo in mente solo il negozio, e di arrivarci prima possibile. Ed ancora…Siamo usciti dal lavoro e la fermata del mezzo pubblico è l’unico bersaglio cui puntiamo.
    Niente di male. Solo che questo è il simbolo di un atteggiamento che applichiamo a tutte le cose della vita. Ci preoccupiamo dell’obiettivo, della meta, dello scopo, e poi non ci curiamo del percorso e di tutte le cose che incontriamo lungo la via. Non alziamo la testa, non rallentiamo il passo, non ci fermiamo ad osservare il cielo. Come ha fatto Lei nella Sua vita, con la Sua forza di volontà non si è arreso mai di fronte alle difficoltà della vita.
    Ed infatti, mai e poi mai cambieremmo strada, facendo una deviazione solo perchè un particolare ha attirato la nostra attenzione. E’ così quando camminiamo, ma è lo stesso nella vita di tutti i giorni.
    Noi siamo il presente. Quindi, se lo sacrifichiamo a favore dell’obiettivo, sacrifichiamo noi stessi, cioè la nostra vita, per qualcosa che non siamo noi.
    E spesso finiamo per perdere le cose più belle.
    Chi cambia, è perchè a un certo punto ha lasciato fare, ha smesso di guardare solo se stesso e la sua vicenda e la gioia è andato a trovarlo.
    La saluto signor Selvaggi augurandoLe lunga vita e tanta felicità.