PRIMARIE, QUATTRO BUONI MOTIVI PER RIFIUTARLE

Opinioni // Scritto da La Redazione // 31 dicembre 2012

PRIMARIE, QUATTRO BUONI MOTIVI PER RIFIUTARLE


In una domenica di sole si sono tenute a Bisceglie le elezioni primarie per la selezione dei candidati parlamentari della coalizione PD-SEL. Ultimamente, nel nostro Paese il concetto di democrazia partecipativa si è trasformato in quello di democrazia per delega, facendo passare quest’ultimo come un avanzamento. In realtà le primarie sono tutto fuorché un elemento di progresso, e, anzi, inducono a meccanismi di personalizzazione della politica e di alienazione tra quotidianità e politica che, se vogliamo, catapultano l’idea democratica indietro di secoli. Vi sono almeno quattro motivi per rifiutare il meccanismo delle primarie: legittimazione del maggioritario, personalizzazione della politica, destrutturazione dei partiti, impoverimento del dibattito politico.

IMAG0938Legittimare il maggioritario da sinistra significa aver definitivamente tradito la concezione di conquista della rappresentanza con cui decine di generazioni di giovani e di lavoratori hanno costruito la loro fiducia nelle istituzioni. Tra le due grandi famiglie di sistemi elettorali, proporzionale e maggioritario, il primo è quello che tende a garantire la rappresentanza di ogni voto di ogni votante, così che l’istituzione sia specchio fedele, benché impreciso, della volontà politica del Paese, il secondo, invece, è quello che vuole preservare la governabilità, garantendo una maggioranza e rappresentando solo alcuni voti di alcuni votanti. Le primarie, nei fatti, chiedono di selezionare i candidati potenziali vincenti, scremando quindi l’offerta elettorale e inducendo a cercare una maggioranza a prescindere dai contenuti.

 Per la selezione dei parlamentari la dinamica è più sottile, poiché si snoda collegio per collegio, ma è parallela. Ogni candidato auspica di essere il più votato, e tenta di raccogliere più voti possibile proprio in virtù del sistema elettorale maggioritario che marginalizza le opzioni alternative ed esclude totalmente quelle minoritarie. In questo modo gli elettori rinunceranno alle loro aspirazioni ritenute più radicali, e cercando di vincere sceglieranno il candidato più in grado di raccogliere la maggioranza, a costo di rinunciare al contenuto programmatico. Le primarie inoltre sono l’apoteosi della personalizzazione della politica, anche quando nei candidati prevale l’elemento programmatico su quello, diciamo, estetico.

 Agli elettori si chiede una fiducia personale, uomo a uomo, inducendo a credere persino che vi sia uno scarto legittimo tra chi è politico e chi no. Il candidato deve essere diverso dal cittadino comune, soprattutto qualora si voglia presentare al contrario come suo pari. L’elettore deve riconoscere un volto in base al suo impatto, deve poter dire “costui mi può governare” ed entusiasmarsi per un candidato, anche non conoscendolo o non avendo alcuna garanzia politica. Personalizzazione e alienazione, cioè la rinuncia a ritenere che i cittadini debbano avere un ruolo diretto nella gestione della cosa pubblica, controllando passo a passo le fasi decisionali, ritenendosi in grado di governarsi da sé e quindi di scegliersi i propri rappresentanti solo in virtù di un principio di attuazione della democrazia diretta.

 IMAG0939Un Partito che affidi la scelta dei suoi candidati potenzialmente a tutto l’elettorato nazionale, ammette di non saper o voler scegliere i suoi rappresentanti, e, soprattutto, di non voler aggregare la maggior parte dei cittadini se non che nel momento elettorale. Un Partito di governo, infatti, dovrebbe auspicare di raccogliere nei suoi organismi il maggior numero di persone da coinvolgere continuativamente nel dibattito interno, giorno per giorno, di modo che la fase elettorale sia un passaggio naturale, in cui ogni soggetto è a tutti gli effetti protagonista consapevole. Le primarie, al contrario, sono il suggello della presente crisi dei partiti, che invece di voler rilanciare la propria funzione storica si ritirano in ristretti comitati elettorali, sempre più chiusi e inaccessibili. Esso non chiede ai cittadini di candidarsi sulla base di un consenso di parte (quello della classe sociale di riferimento, ad esempio), ma candida dei cittadini per raccogliere consenso trasversale. In questo modo si uccide la democrazia disegnata nella Costituzione e si chiede ai cittadini di interessarsi della cosa pubblica solo quel tanto che basta per indurli a esercitare una delega: il voto.

 Un augurio dunque a tutti i cittadini che hanno partecipato a queste ennesime primarie, magari per un calcolo tattico che prescinderà poi dal voto esercitato nell’urna del 24 febbraio, perché agiranno comunque in base ad una scelta legittima. Ma deve essere chiara la consapevolezza che democrazia e partecipazione sono altro rispetto alle primarie, e che la libertà si esercita quotidianamente, non quando si è chiamati a scegliersi i governanti. Lasciandoci alle spalle un anno pieno di  pensieri e ostacoli andiamo incontro ad un anno che ci porterà conquiste e gratificazioni.  Buon Capodanno a tutti. [ di Pasquale Stipo ]

 




Opinioni // Scritto da La Redazione // 31 dicembre 2012
  • Michelangelo Tarricone

    Finalmente, dico finalmente, si è conclusa la triste saga di queste primarie attraverso il grottesco epilogo di un rinnovamento voluto dai vertici del Partito Democratico e di Sel che si è dimostrato alla fine soltanto un fallimento.
    Non me ne vogliate, amici e/compagni del PD, ma le cose stanno proprio così.
    Mio caro e fraterno amico Pasquale, come sempre (è inutile essere
    ripetitivo), sono in perfetta sintonia con te.
    Sai, a me sembra che il segretario Bersani (poverino!!…) stia sbagliando (e di grosso)qualcosa nella infaticabile tessitura di relazioni politiche, nella qualificazione programmatica dei Democratici e quindi nel conseguimento della “visibilità” (come si dice)di un soggetto centrale che gioca tutte le sue carte sulla possibilità di modificare profondamente il processo di emancipazione (che possiede ancora caratteri e forme ambigui) dal fondo limaccioso delle culture populiste e radicali che ne hanno accompagnato e scandito il corso storico.
    Segretario Bersani, aver fissato il dibattito, appena iniziato, sulle grandi linee della della “sua” strategia, orientata a delimitare il campo di Agramante,facendo passare la linea grigia della discriminazione attraverso i contenuti, le opzioni, “le linee di movimento verso il centro che vanno maturando”, le scelte di programma, la condivisione di valori di riferimento, piuttosto che su sbarramenti convenzionali dettati da pregiudizi che la velocità e il senso dei cambiamenti impongono ormai di cancellare.
    Se l’obiettivo è quello di costruire due aree di governo (e non due alleanze tattiche), sarà necessario lavorare con serietà alla definizione di contenuti e alleanze che offrano agli italiani la possibilità di scegliere (sistema proporzionale come il mio amico Pasquale ha lucidamente commentato nel suo scritto), sottraendosi all’assillo di alternative nette e radicali quali il maggioritario (da sinistra)che garantirebbe solo effetti negativi in vista ormai delle prossime elezioni politiche. Ma ormai è troppo tardi!!!!….
    La strada è tracciata. Occorrerà batterla con grande equilibrio, manifestando quella forza tranquilla delle idee e quel coraggio di innovazione.
    Non è poco. Ma il centro (come appare certo il segretario Bersani dovrebbe confluire) si costituisce così.
    Rinunciando a qualche pigrizia intellettuale e a qualche soggezione politica ed offrendo a chi la chiede (e sono in moltissimi in Italia)
    la risorsa di un coraggio temprato dall’intelligenza e di un finalismo costruito sulla prudenza.
    Questo mi pare il senso vero della partita che Bersani sta giocando. Una partita che non prevede la svendita del popolarismo cattolico, ma se mai un investimento,sul fronte politico e dei valori, ancora più forte e più rischioso.