Presentato a Palazzo Tupputi “Ghetto Italia”, l’opera con cui Yvan Sagnet dice No allo sfruttamento dei braccianti agricoli

Attualità // Scritto da Elisabetta De Mango // 30 novembre 2016

Presentato a Palazzo Tupputi “Ghetto Italia”, l’opera con cui Yvan Sagnet dice No allo sfruttamento dei braccianti agricoli

La prima mossa nella lotta al caporalato è quella di risvegliare le coscienze

«Abbiamo voluto raccontare la realtà dei ghetti: una realtà che tutti conoscono ma fanno finta di non vedere».

È così che ha esordito Yvan Sagnet, martedì 29 novembre, nell’incontro organizzato da Laboratorio Urbano e Cineclub Canudo presso Palazzo Tupputi per la presentzione di “Ghetto Italia” (Fandango libri, 2015).

Laureatosi nel 2013 alla facoltà di Ingegneria delle Telecomunicazioni del Politecnico di Torino, il giovane camerunense si è distinto dal 2008, anno in cui è venuto in Italia, nella lotta contro lo sfruttamento dei braccianti agricoli, tanto da essere insignito “Cavaliere dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana” dal Presidente Mattarella.

Ghetto Italia” è il suo ultimo lavoro bibliografico, scritto insieme al sociologo e scrittore Leonardo Palmisano: un saggio che, partendo dall’esperienza di vita dell’autore, affronta in maniera diretta il problema del caporalato.

Sollecitato dalle domande dei due moderatori, lo scrittore Giulio Di Luzio e l’attivista per i diritti umani Izio Monopoli, Sagnet ha spiegato al numeroso pubblico presente quale fosse il motivo che l’ha spinto a scrivere pagine di storie così dure: «Vorrei che tutti prendessimo coscienza della questione dei diritti in Italia e di ciò che avviene nel mondo del lavoro, non solo quello legato agli immigrati».

Yvan Sagnet

Yvan Sagnet

La sua denuncia parte dal caporalato per colpire tutte quelle forme di illegalità legate al mondo lavorativo di cui, attraverso un progetto ampio e ambizioso, la nostra penisola dovrebbe liberarsi. L’immigrato fa parte di un sistema abilmente costruito che mira a far abbassare il costo della manodopera: «I lavoratori stranieri vengono resi invisibili perché così è più semplice sfruttarli».

I ghetti, mini villaggi in cui dimorano milioni di braccianti a cui non viene riconosciuto alcun diritto, sono gestiti e controllati da un sistema di caporalato: «Un bracciante, per i bisogni primari, ha necessità di essere aiutato dal caporale. Questo rapporto di dipendenza genera ricattabilità».

Il vero problema, secondo Sagnet, non è il razzismo ma la corsa al profitto, che arricchisce l’anello più alto di questo sistema piramidale, occupato dagli imprenditori. Questo status quo si è radicato per anni con il tacito assenso dell’opinione pubblica e l’indifferenza del codice penale (solo nel 2011 è stato introdotto il reato di intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro) e ha dato vita ad un complesso sistema criminale in cui a rimetterci sono solo i braccianti.

Attraverso un reportage fatto di storie raccontate da chi vive in queste situazioni al limite della sopportazione fisica e psicologica, Sagnet fa luce sul sistema agricolo italiano, sulla piccola e media distribuzione e sulle multinazionali dell’industria agroalimentare.

Quella del giovane africano non è solo una protesta, ma una proposta di cambiamento: «Il sistema produttivo va cambiato. I diritti non possono essere subalterni al mercato».

Alla lotta al capitalismo, al liberismo thatcheriano, alla grande distribuzione e alla filiera lunga, in cui spesso a fare da intermediario è la criminalità, lui affianca proposte concrete come il ricollocamento pubblico che metta fine all’intermediazione di manodopera; la revisione dei sistemi dei contratti che non tutelano i diritti dei lavoratori; l’introduzione di una certificazione etica d’impresa che permetta di indirizzare i finanziamenti statali solo alle imprese che tutelano i dipendenti.

«La soluzione definitiva-ha concluso Sagnet-sarebbe quella di uscire completamente dal sistema della grande distribuzione, creando alternative come quella dei Gruppi di Acquisto Solidale. I prodotti che vanno a finire sugli scaffali dei negozi non devono essere solo buoni e biologici, ma anche etici».




Attualità // Scritto da Elisabetta De Mango // 30 novembre 2016