Mohamed Ba e la bellezza complicata dell’intercultura

Attualità // Scritto da Elisabetta La Groia // 17 dicembre 2015

Mohamed Ba e la bellezza complicata dell’intercultura


L’attore senegalese protagonista di un incontro tra i libri presso la biblioteca parrocchiale “don Michele Cafagna”

31 maggio 2009, Milano. Ore 19:45. Mohamed Ba, mentre ignaro aspetta il tram con in mano un libro, viene accoltellato da un giovane italiano in attesa anch’egli. Piegato dal dolore della ferita profondissima resta fermo nell’indifferenza totale fino alle 20:45, quando riesce a trascinarsi in una adiacente strada più trafficata e vi si accascia al centro. Dopo, ricorda solo di essersi svegliato in ospedale, con oltre 36 punti interni e una prognosi di soli 19 giorni, pochi per una ferita di quel genere.

E pensare che al 20esimo giorno di prognosi sarebbe scattata di ufficio l’indagine riguardo l’accaduto. I suoi amici si recano dalla polizia per la denuncia che non viene accolta, in quanto non nominale, non proveniente cioè dalla vittima. Nessun giornalista, nessun poliziotto, nessuno si avvicina a Ba per fare luce sulla vicenda che cade nel vuoto, mentre c’è chi è tornato a casa quella sera con un trofeo personale, un coltello macchiato del sangue di un immigrato.

Ba ora racconta la sua storia nelle scuole, tra i ragazzi, come è accaduto nella biblioteca di Santa Caterina a Bisceglie il 15 novembre. Non nutre risentimenti né ha paura di guardare negli occhi il proprio vicino e pensare che celi un coltello per lui in tasca. Anzi, la sua missione è proprio quella di lavorare, portare in giro la sua testimonianza, le sue idee affinché mai nessuno possa rivivere ciò che ha subito: nessuno deve scoprire quanto può far male l’indifferenza.

Attore, autore teatrale, musicista e mediatore culturale, Mohamed spiega con la semplicità di un racconto da cantastorie (e suo padre lo era) il significato che dà a parole ‘abusate’ come intercultura e integrazione. L’intercultura è il futuro, è un nuovo modo di convivere, di stare insieme ed ogni paese deve trovare il proprio modo per farlo, deve elaborarne un personale modello. È la cosa più bella che possa succedere: intercultura è l’incontro con l’altro e nessuno deve temere la magia e l’arricchimento interiore che ne può scaturire.

E se l’incontro non dovesse andare a buon fine? Non succederebbe nulla, ognuno resta con le proprie idee, il proprio essere. Chi ha paura degli incontri è perché forse non ha una consapevolezza ben salda dei propri valori culturali e non potrebbe sostenere un dibattito, un discorso, un confronto, uno scambio di opinioni. La paura dell’incontro fa nascere muri, che nascondono solo vuoti culturali: «bisogna affondare i piedi nella propria terra per essere liberi e consapevoli davvero».

Queste idee provengono dal cuore e dalla pelle di un senegalese, o meglio, come ama definirsi Ba, “un senigaliano”, sulla quale la storia ha inferto i più mostruosi colpi: dalla schiavitù, alla sterminazione dei superstiti combattenti della seconda guerra mondiale.

Mohamed è portatore della cultura africana che si è tramandata nei secoli tramite i cantastorie e il suono dei tamburi, per la quale il verbo ‘avere’ non significa possedere ma costruire rapporti interpersonali, per la quale l’uomo era al centro della società ed era consapevole dei propri valori, li conosceva profondamente.

Dalla sua vita, dal suo modo sereno di affrontarla nonostante tutto, bisognerebbe soltanto prenderne esempio.

Il dibattito pubblico, organizzato da “La Rete dei Diritti” presso la biblioteca della chiesa di Santa Caterina è stato moderato da Rosalba D’Addato e Giuseppe Cappelletti: molto coinvolto e presente il pubblico che, dopo un po’ di silenzio, ha preso la parola con domande e richieste di approfondimenti.

Elisabetta La Groia

Chi è Elisabetta La Groia

Laureata a pieni voti in "Filologia moderna", collabora con la redazione dal 2013. Giornalista pubblicista dal 2016, da sempre appassionata di storia e tradizioni locali.




Attualità // Scritto da Elisabetta La Groia // 17 dicembre 2015