Leggi sul caporalato e testo unico sulla sicurezza rischiano di mettere ko l’agricoltura locale

Attualità // Scritto da Serena Ferrara // 2 marzo 2017

Leggi sul caporalato e testo unico sulla sicurezza rischiano di mettere ko l’agricoltura locale

L’agronomo Maurizio Di Pierro parla per conto delle imprese agricole, che temono il peggio per la campagna cerasicola e chiedono l’intervento urgente delle istituzioni
L'agronomo Maurizio Di Pierro

L’agronomo Maurizio Di Pierro

Semplicemente inapplicabili alla lettera, a meno che ad un’azienda agricola non si chieda di appendere la zappa al chiodo e chiudere.

le nuove leggi contro il caporalato e per la sicurezza sul posto di lavoro sono un cappio al collo degli imprenditori agricoli, soprattutto di bisceglie, territorio fortemente vocato alla cerasicoltura. L’ennesimo, per una città che nell’agricoltura crede e investe ancora. a raccogliere le voci di protesta delle imprese, in qualità di  responsabile tecnico ed amministratore di diverse realtà agricole locali, è il dott. agronomo Maurizio Di Pierro, dello studio agronomico Agritech Consulting di Bisceglie.

La situazione, spiega Di Pierro, è ormai drammatica e finisce per ripercuotersi  sui lavoratori, cui dovrebbe offrire maggiori occasioni di tutela.

L’introduzione del testo unico per la sicurezza sul lavoro, in sostituzione del dlgs 626/94, ha moltiplicato le difficoltà. «Il testo è stato scritto per altri comparti – spiega Di Pierro – preso di sana pianta e applicato all’agricoltura, senza tenere conto delle peculiarità del settore». così le imprese, oltre a trovarsi costrette da un giorno all’altro a dover dotarsi del dvr (documento di valutazione dei rischi) come in un qualsiasi cantiere edile, hanno obblighi relativi alla formazione del personale (l’attestato, che ciascun bracciante deve conseguire, ha una validità di cinque anni),  obblighi di fornitura dei dpi (dispositivi di protezione individuale come caschi, guanti, scarpe da lavoro ecc.) e di “verifica dell’idoneità al lavoro” (visita medica) per ogni dipendente, prima dell’inizio di ciascun rapporto di lavoro.

In un contesto come quello locale, la sicurezza diventa un freno. Colture come quella della ciliegia impongono una manovalanza stagionale, con ingaggi a breve termine (a volte anche di un solo giorno lavorativo). Si lavora con le previsioni meteo alla mano: poiché poche gocce di pioggia provocano la spaccatura dei frutti,  mandando in fumo un intero anno di lavoro,  in caso di previsioni avverse sorge l’improvvisa necessità di incrementare il personale addetto alla raccolta.

Prenotare una visita medica per la richiesta del certificato (che ha validità biennale solo se il bracciante lavora meno di 50 giorni all’anno, mentre va rinnovato ogni anno e per ciascuna azienda in cui il lavoratore opera in tutti gli altri casi) richiede invece giorni. Anche aprire un ingaggio per l’assunzione del lavoratore ha dei tempi burocratici, che sono quelli del patronato. «Per la gran parte delle aziende non è  questione di soldi da investire, ma di tempistiche assolutamente inadeguate».

Anche le sacrosante misure di contrasto al caporalato, di recentissima introduzione, sono un intralcio importante alle attività, spiega Di Pierro. «L’obbligo, ad esempio, di installare presidio sanitario e bagno chimico in ogni lotto dell’azienda è difficilmente rispettabile in realtà locali molto frammentate. La legge non contiene invece un utile vademecum sulle condizioni ideali del lavoratore». Così, nell’incertezza dei datori sul da farsi, le multe fioccano, si alza la tensione quotidiana, causa rischio altissimo di confisca immediata dei terreni e reclusione.

La legge 199/2016: “Disposizioni in materia di contrasto ai fenomeni del lavoro nero, dello sfruttamento del lavoro in agricoltura e di riallineamento retributivo nel settore agricolo” non fa sconti per nessuno: se un’azienda non si adegua, sono previsti da uno a sei anni di manette e una multa da 500 a 1000 euro per ogni lavoratore reclutato. In caso di violenza o minacce si applica la reclusione da cinque a otto anni una multa da 1000 a 2000 euro a lavoratore. Le pene aumentano quando i lavoratori reclutati sono più di tre, se ci sono minori o se i lavoratori sfruttati sono stati esposti a situazioni di grave pericolo.

Viene previsto nel testo anche l’indice di sfruttamento, calcolato in base alla presenza di una o più condizioni indicative del reato di caporalato. Tra queste: retribuzioni inferiori ai limiti contrattuali o sproporzionate rispetto alla mole e al tipo di lavoro in campo, violazioni reiterate relative agli orari di lavoro, mancato rispetto di riposo e ferie, violazione delle norme di sicurezza e igiene, inadeguatezza delle condizioni di lavoro, della sorveglianza o delle situazioni alloggiative dei lavoratori.

La confisca, in caso di violazione, è obbligatoria. E il pericolo che questo accada anche a Bisceglie, è reale.

Eppure le soluzioni, per Di Pierro che ha studiato il caso attentamente, ci sarebbero.

«Ferma restando la condanna incondizionata a qualunque tipo di sfruttamento e sottomissione dei lavoratori, si potrebbe pensare – spiega l’agronomo – a responsabilizzare il dipendente, mettendo in capo al bracciante e non al datore, l’obbligo di provvedere autonomamente sia al certificato di idoneità (che potrebbe essere fatto una volta all’anno dal lavoratore e valido per tutte le aziende in cui opererà), sia ai corsi obbligatori sulla sicurezza. Quanto ai dpi, pensare che un datore possa procurarsi centinaia di paia di scarpe di tutte le misure e tenute da lavoro di ogni misura, per operatori che vedrà due o tre giorni l’anno e poi mai più, è fuori di ogni logica imprenditoriale. Basterebbe chiedere al lavoratore di investire, come avviene in molti altri settori, qualcosa in più sulla propria professionalità e sicurezza».

«L’invito a tutte le autorità competenti – conclude Di Pierro – è dunque a rivedere la normativa vigente, al fine di non compromettere la imminente campagna cerasicola ed evitare la paralisi dell’intero comparto, che è ancora trainante della nostra economia».

Serena Ferrara

Chi è Serena Ferrara

Giornalista pubblicista dal 2005, pianista nella sua prima vita, dirige "La Diretta nuova" (oggi mensile cartaceo "Bisceglie in Diretta") dal 2008 e www.bisceglieindiretta.it dalla sua nascita. Impegnata nel volontariato, cameraman, si occupa anche di comunicazione istituzionale e di grafica




Attualità // Scritto da Serena Ferrara // 2 marzo 2017