IL VISITATORE DI ERIC SCHMITT VISTO AL “GARIBALDI”

Attualità / Cultura // Scritto da Giuseppe Rana // 6 dicembre 2013

IL VISITATORE DI ERIC SCHMITT VISTO AL “GARIBALDI”


Alessio Boni, subito dopo la rappresentazione

Alessio Boni, subito dopo la rappresentazione

La coppia Alessio Boni-Alessandro Haber, alle prese con uno degli autori più quotati della drammaturgia francese contemporanea, Éric-Emmanuel Schmit, e con uno dei testi più intriganti “Il visitatore”, pièce del 1993, pluripremiata ai Premi Molière.

La storia è ambientata a Vienna, in Austria, nel 1938 periodo dell’occupazione nazista e della persecuzione agli ebrei e si basa su un immaginario incontro tra il dottor Sigmund Freud e un misterioso visitatore. Nello studio di Freud, interpretato magistralmente da Alessandro Haber, lo psicanalista attende preoccupato notizie della figlia Anna, portata via dalla Gestapo.

Dalla finestra spunta un inaspettato visitatore (Alessio Boni)  Un ladro? Un pazzo? E cosa vuole? Parlare, dialogare  con Sigmund Freud sui massimi sistemi. Ma Freud si rende conto fin dalle prime battute di avere davanti a se Dio, di cui ha sempre negato l’esistenza.

Cominciano a parlare e ne nasce una discussione serrata, commovente ma anche esilarante, sul senso dell’esistenza, sul Bene e sul Male, sul ruolo di Dio e sulle responsabilità dell’Uomo, soprattutto davanti all’orrore del nazismo e della Shoah. Domande cruciali per arrivare a quella fatale: se Dio esiste perché permette tutto ciò?

Libero arbitrio è la risposta, che consente all’uomo di compiere azioni orrende, ma anche di creare cose bellissime, come a Mozart la musica.

E’ un testo di grande impatto, che suscitando sorrisi che a volte intervengono a intervallare momenti più drammatici – nazismo, persecuzione degli ebrei, Freud padre della psicanalisi – pone dubbi e sradica certezze. Almeno molte di queste, perché quel rumore di odio, la persecuzione degli ebrei rimangono tra le certezze.

Alessandro Haber, subito dopo la rappresentazione

Alessandro Haber, subito dopo la rappresentazione

Il risultato è uno spettacolo da non perdere, inoltre si esce dal teatro con meno convinzioni di quante si credesse di averne.

Tutto merito del regista, Valerio Binasco, dotato del coraggio di immaginare e spogliare Sigmund Freud, a tratti, delle vesti del più grande pensatore del secolo scorso, dipingendolo come un povero vecchio malato, e nulla più.

A tutti agli interpreti, va il il merito di aver assecondato a pieno tutte le curve emozionali di un testo che fa dei limiti invisibili e la commistione tra generi, le proprie ragioni di vitae porta il pubblico a un crescendo di emozioni e di riflessioni.

 

 

 




Attualità / Cultura // Scritto da Giuseppe Rana // 6 dicembre 2013