EPIDEMIA DI GASTRITE NEL PARTITO DEMOCRATICO

Politica // Scritto da Vito Troilo // 29 dicembre 2012

EPIDEMIA DI GASTRITE NEL PARTITO DEMOCRATICO


Fabrizio Ferrante

Fabrizio Ferrante

Un pronto soccorso, più che un partito…

Nel PD pugliese, alla vigilia delle primarie per la selezione dell’ordine di lista per le prossime elezioni politiche, fioccano i dolori intestinali.

Il mal di pancia più eclatante è sempre quello di Fabrizio Ferrante, un uomo cui non vuole proprio essere perdonato il difetto di avere i voti… La città di Trani, che nel 2012 ha pianto la scomparsa del suo ultimo parlamentare, Roberto Visibelli, ha perso una ghiotta opportunità per eleggere a Montecitorio, una volta tanto, un politico interessato alle sue sorti.

In pratica, un Partito Democratico locale ridotto al 6% (ma con la dichiarata intenzione di superare, in un’avvincente rincorsa al risultato peggiore, quello di Bisceglie) continua a permettersi il “lusso” di mettere alla porta un ragazzo di 36 anni che ha portato sulla sua persona, da candidato sindaco, quasi 6mila voti alle scorse amministrative superando, con la sua lista civica che è la componente renziana, lo stesso PD…

Tutto questo, dopo che lo scorso novembre si erano svolte delle primarie di coalizione indette e fortemente volute dagli stessi democratici, i primi non accettarne l’esito una volta vinte da Ferrante.

I pochissimi biscegliesi e cittadini della Bat in possesso dei requisiti per accedere al voto di domenica non avranno molta scelta. La lista è di appena sette elementi, tre uomini e quattro donne. Inevitabile il successo di Francesco Boccia, che finalmente sfaterà il tabù di non aver mai vinto prima. Peccato per i connotati al ribasso di questa prevedibile affermazione, dato che, con tutto il rispetto, un conto è battere un Paolillo e un Superbo, tutt’altro avere ragione di Fabrizio Ferrante e Ruggiero Mennea.

Riflessione amara ma purtroppo comprovata dalla realtà, quella di Ferrante: “Per presentarsi a queste primarie, se non parlamentare uscente, si dovevano raccogliere 250 sottoscrizioni di tesserati 2011, quindi tessere d’annata. Risultato: ti potevi candidare o come parlamentare uscente o come signore delle tessere. Primarie bloccate con candidature bloccate e platea degli elettori bloccata al 25 novembre. Quale legittimazione avranno i futuri parlamentari? Forse inferiore a quella che si deve ottenere per l’elezione nei consigli comunali?”

Gli stomaci brontolano anche dalle parti di via Capruzzi. Il barlettano Mennea, Fabiano Amati e Donato Pentassuglia si sono autosospesi dal gruppo consiliare regionale. Uno strappo che il centrosinistra pugliese, in prospettiva elezioni, dovrà ricucire, perché può mettere a rischio il prezioso premio di maggioranza al Senato, che vale ben tre seggi per la camera alta in questa regione.

Polemiche a parte, domenica le urne saranno aperte, anche a Bisceglie, dalle 8 alle 21. Nella nostra città si potrà votare presso l’ex chiesa di Santa Croce in via Giulio Frisari, in coabitazione con le primarie per il parlamento di Sel. Sullo sfondo, un’epidemia di gastrite nei ranghi del Partito Democratico. Non sfugge, scorrendo l’elenco dei candidati in Puglia, una considerazione: di quale quartiere tarantino sarà originaria Anna Finocchiaro?

Vito Troilo

Chi è Vito Troilo

Giornalista pubblicista. Caporedattore, oltre che responsabile della redazione sportiva, di Bisceglie in diretta. Si occupa di cronaca, attualità, politica e spettacoli oltre che di sport. È grande appassionato delle tematiche che riguardano l'Europa orientale. Ha praticato calcio, pallacanestro e atletica leggera, è stato allenatore e dirigente di pallacanestro. Ha cominciato a scrivere articoli all'età di 10 anni. Ha collaborato con diversi quotidiani, tv, radio e riviste specializzate. Ha realizzato centinaia di telecronache e radiocronache sportive. Cura uffici stampa e campagne promozionali.




Politica // Scritto da Vito Troilo // 29 dicembre 2012
  • Michelangelo Tarricone

    Guarda,carissimo Vito, più che essere affetto da gastrite, il PD pare soffra da molto tempo di una diverticolite acuta, malattia ben più grave, tale da consigliare un ricovero immediato in ospedale per tutte le cure del caso.
    A parte l’audace battuta di spirito, siamo all’epilogo di queste ulteriori e inutili primarie volute fortissimamente da questi due schieramenti politici (PD e SEL) che vogliono a tutti i costi proporsi come registi di un Paese ancora carico di interrogativi e impazienze.
    Ma la politica, quella vera, è tutta un’altra cosa!!…
    Il dibattito che si sta svolgendo all’interno del PD non sta dando segni di qualità tali da suggerire ottimismo, come dire ha il respiro corto e riflette in un certo senso, lo schematismo che domina la polemica politica. Rischia, cioè, di subìre il destino che affligge i deboli o gli sconfitti: di essere definiti non dall’identità, dai programmi(dove sono?…), dal progetto (ma è mai esistito?…) e dai valori, ma dalle alleanze.
    Spesso questo dibattito si è fatto ruvido, è mancata, cioè, un’analisi approfondita sul grado di evoluzione della società italiana.
    Tuttavia, l’impressione è che lo scenario all’interno del PD venga sovrastato da preoccupazioni contingenti tutte di breve periodo e tutte dominate dalla sindrome dell’isolamento e quindi soggette ad uno strabismo politico che può portare drasticamente alla scissione.
    Il filosofo napoletano Vico chiosava:”la solitudine della saggezza è una condizione prevalente del nostro tempo”.Proprio quello che sta verificandosi all’interno di questo partito.
    Credetemi, a volte ho la sensazione che in Italia ci sia chi teme che in politica non ci si divida abbastanza. Che significa tutto questo?
    Significa che le finalità che la politica deve realizzare, le trasformazioni o condizioni che essa deve creare, hanno da essere hegelianamente parlando, non cose astratte, ma esigenze e possibilità implicite nella realtà e nel tipo di economia e “tecnica civile” che, muovendo da questa, si può edificare.
    Se la politica ha uno spazio di autonomia, anche la morale ha un tale spazio: non c’è solo il dover essere realistico, non ci sono solo le finalità che la politica realizza; ci sono soprattutto le finalità morali che costituiscono palesemente la frontiera che la politica in ultima analisi, ha da tenere in vista.
    Ma qual’è oggi il pericolo vero che si pone di fronte al PD, al di là della fragilità, della leggerezza o, se si vuole, della natura ancora effimera della sua identità? Il pericolo vero è che esso appaia troppo legato al valore simbolico e “immaginativo” del suo successo e poco radicato nella realtà del territorio e dentro la società civile, che appaia, insomma, gravato da un “deficit di dimensione storica” e di “materialità politica”.
    In effetti, intorno al PD sta montando un asse politico (e psicologico) che rivela l’esistenza – dopo mesi di oblio e rimozioni – di una rendita politica che, come accade per il risparmio delle famiglie tradizionali, viene capitalizzata in attesa di un impiego utile.
    Ed infatti, hanno pesato, e come pesano, i riflessi della situazione generale all’interno del PD. Ma pagano anche rilevanti responsabilità locali e cioè una gestione autoritaria e paternalistica dei suoi dirigenti, una concezione schematica e statistica delle scelte di sviluppo, un inaridimento della dialettica politica.
    Il segretario Bersani, senza dubbio, una persona colta e riflessiva, ha da sempre sostenuto che la sua collocazione ideale e culturale è dentro quell’area “moderata e civile” che ha sempre coltivato le virtù della prudenza e sperimentato i tormenti dell’intelligenza, specie quando essa è stimolata dall’avventura della libertà.
    Quella che appare una navigazione “ondivaga” fra i marosi e le risacche della crisi, altro non è che il segno di una sensibilità che lo induce a rifiutare le forzature del conflitto epocale e i toni alti delle polemiche ultimative.
    Tutto il resto è contorno, atmosfera!!!….
    Concludo: si tratta ora, in vista delle prossime consultazioni elettorali, di lavorare alla costruzione di un nuovo ordine morale e sociale che tenga conto dell’urgenza di elaborare una cultura che coniughi la crescita della responsabilità di governare con la crescita del senso del limite, di far qualificare i soggetti intermedi in un sistema articolato di poteri e autonomie che contrastino le tentazioni “neofeudali” e infine cosa più importante di “recuperare la credibilità della gente” e dei giovani ancora senza futuro.
    Questa è la vera politica!!!!!!!!!…………….

    • Pasquale Stipo

      1)
      Caro Michelangelo ho letto, tempo addietro, le riflessioni sulle “Illusioni della bella politica della “Mala Roma” di R. Morassut. Sono perfettamente d’accordo che per il funzionamento della democrazia è necessario saper decidere (fare le scelte migliori) e su le altre osservazioni che, saggiamente, hai elencato. Oggi alla luce di quanto succede nei partiti (ciò che resta dei partiti) e ciò che accade nella politica italiana in generale, è ancora, più attuale soffermarsi a riflettere sul tuo messaggio e diffondere le n/s idee, mettendo in evidenza l’enorme vuoto di etica democratica che ci circonda, il malessere e la rabbia che ci affliggono. Voglio solo accennare ad alcuni temi, che sono essenziali per il recupero di credibilità (oggi perduta) di larga parte della politica: il cambiamento-rinnovamento dei partiti, il lavoro e l’occupazione, i privilegi, gli sprechi. E’, forse, vero, come tu scrivi, che si assiste ad una esasperante diverticolite politica, ma è altrettanto vero che certa politica è in pieno stato confusionale. Perdità di sensi? Perdita di programmazione o meglio perdita di quei contatti che la politica fin dagli anni ottanta/novanta ha perso col proprio elettorato? Evidentemente l’equilibrio dei gruppi politici e il girotondo dei soliti noti, per ripartirsi i posti di potere, prevalse e continua a prevalere sul necessario CAMBIAMENTO. Questo è un esempio, ma ce ne sono centinaia simili come ben tu sai. E’ indispensabile rompere questo cerchio se vogliamo che la Politica, quella vera come diceva Zaccagnini: a servizio dei bisogni dei cittadini, sopravviva. Ecco perché ci vogliono delle regole democratiche e aperte (primarie, tempi di durata delle cariche, competenza e onestà dei concorrenti) per scegliere le persone da eleggere, rimuovendo, soprattutto gli ostacoli che impediscono il ricambio delle classi dirigenti. Abbiamo tutti, oggi, conosciuto (grazie ai tanti scandali) nei particolari i compensi e le enormi elargizioni che percepiscono i consiglieri regionali. Ciò ha creato sconcerto e indignazione fra la gente che chiedono, a gran voce, il cambiamento radicale della classe dirigente, riforme severe, incisive e precise sulla drastica riduzione delle indennità percepite, sul numero dei consiglieri, della giunta, delle macchine di rappresentanza, del finanziamento dei partiti, l’abolizione delle pensioni (ricongiungere solo i contributi versati) e di tutti i privilegi e sprechi. Abolizione delle province e di tanti enti inutili; inutili e costosi carrozzoni che servono solo a far diventare più tronfi soggetti meschini e lenoni della politica ai quali non affideresti un soldo bucato vista la loro scarsa affidabilità. Come si fa a dare torto a tutti quei cittadini che sono sdegnati da questo andazzo! Anzi, chi si indigna, sta nel giusto, e non deve essere additato come polemico e disfattista poiché i fatti sono evidenti. Se le cose non cambiano al più presto, se la crisi economica peggiora con l’impoverimento del popolo, l’iniquità sociale, la disoccupazione e la precarietà; tutti questi elementi e altro ci potrebbero condurre ad una spietata rivolta sociale, sperando, pacifica e non violenta. Ma attenzione, altrettanto, esplosivo potrebbe essere il successo di quei movimenti o partiti, definiti antagonisti ma che potrebbero interpretare i sacrosanti sentimenti del popolo italiano e dunque beneficiare dell’attuale e anomala situazione economica politica e sociale. Nel film “IL GRANDE DITTATORE”, il discorso non fu scritto da un uomo politico. Charlie Chaplin non lo era, ed è straordinario pensare che questo film fu girato nel 1940. La seconda guerra mondiale era scoppiata da poco. Non sapeva, Chaplin, non poteva sapere. Ma aveva capito. Quando la caduta nell’abisso era solo iniziata, quando Auschwitz era solo un nome, e non l’inferno arrivato fin sulla Terra. Non è un politico nemmeno il personaggio del film che lo pronuncia, questo discorso. E’ un piccolo uomo, un semplice barbiere, ebreo, lontano dalla politica, estraneo al clima di odio e di intolleranza del suo tempo. Ci si trova dentro suo malgrado, all’inizio senza nemmeno comprendere bene. Un piccolo uomo, preso negli ingranaggi della grande Storia, che da quella tribuna stipata di uomini in divisa, ansiosi di guerra, trova però la forza, d’istinto, quasi d’incanto, di pronunciare parole di fratellanza e di pace universale, di costruire un discorso senza tempo, incastonato di immagini che trasmettono l’essenza della politica, la sua bellezza, gli ideali e la passione che possono animarla, le aspirazioni che possono renderla alta. E’ vero: parlare di “bellezza” della politica oggi rischia di sembrare non solo irrituale, ma strano, stridente. Oggi, agli occhi dei più, la parola “politica” appare terribilmente consumata. Nei suoi confronti c’è delusione, distacco, se non rifiuto e ostilità. Ma non è stato sempre così, nel corso delle vicende umane. Al contrario. E se vogliamo provare a domandarci “che cos’è la politica”, dobbiamo partire da qui. Dal fatto che nella storia la politica è stata sempre al centro delle attività degli uomini. Ne ha determinato le condizioni. Ha indirizzato il loro cammino. Ha influito sulle loro sorti. “Arte regia”, la definiva Platone, che rilesse in questa chiave uno dei miti più celebri di tutta l’antichità greca, il mito di Prometeo. All’origine della storia dell’umanità – dice Platone – Zeus incarica due fratelli, semidei, Prometeo ed Epimeteo, di distribuire a tutte le specie viventi le “qualità” che consentano loro di sopravvivere. A questo compito provvede Epimeteo, che come spiega l’etimologia del suo nome è “colui che vede dopo”, dunque che non coglie le cose con la cura dovuta, con l’attenzione necessaria. Epimeteo distribuisce le diverse qualità, e cioè la velocità, la forza, le unghie, gli artigli, alle varie specie viventi, dimenticando però gli uomini. A quel punto, esaurita la scorta delle qualità disponibili, interviene Prometeo, che è invece “colui che vede prima”, ed è quindi saggio, avveduto. Prometeo capisce che deve evitare l’estinzione dell’umanità, che senza le qualità necessarie alla sopravvivenza sarebbe stata abbandonata a se stessa, e compie il furto sacrilego, sottrae ad Efesto e ad Atena il fuoco e il “sapere tecnico”, e li dona agli uomini, che così entrano in possesso di ciò che dovrebbe servir loro per scongiurare gli attacchi delle fiere, per sopravvivere. Ma gli uomini vivono ancora dispersi, senza aggregarsi tra loro. E così restano vulnerabili, continuano a subire aggressioni, e muoiono. Questo accade, continua Platone, perché essi non posseggono ancora l’arte politica, politiké techne. Occorre a questo punto – così si conclude il mito – un intervento straordinario di Zeus, che dona agli uomini pudore e giustizia, consentendo loro di riunirsi e di fondare città, dalle quali scaturisce l’esercizio dell’arte politica. Ecco dunque la polis, che per i greci è uno spazio sicuro, ordinato e calmo, dove gli uomini possono dedicarsi alla ricerca della felicità. Il politico è colui che si prende cura di questo spazio. La politica è a servizio della felicità degli abitanti della città. Verranno poi, molto presto e nel corso dei secoli, le durezze della storia.

      • Pasquale Stipo

        2)
        Verrà il peso assunto dalla violenza e dalle guerre nel dirimere i contrasti tra gli uomini e tra i popoli, e le dinamiche del potere nei rapporti tra Stati e sovrani descritte da Machiavelli. E poi ancora verranno i cambiamenti epocali prodotti dalle rivoluzioni dei commerci e delle industrie, quelli provocati dal rovesciamento degli antichi regimi e dalla nascita di nuovi imperi, da restaurazioni e da movimenti nazionali, dalle lotte sociali. Verranno le rivoluzioni, i conflitti mondiali, e le dittature. In tutto questo la politica sarà sempre più calata, dagli uomini, nella complessità e nelle profondità della storia. Non sarà più patrimonio esclusivo dei nobili, com’era nell’antica Grecia, dove i lavoratori, liberi o schiavi che fossero, ne erano esclusi. Sarà utilizzata a fini di potere, esercitata per mantenere uguali a se stessi gli ordinamenti sociali, ma anche per rovesciarli, o per tentare di farlo. Sarà usata per togliere libertà, ma anche per restituirla. Per opprimere i popoli, ma anche per risollevarli. A volte si eclisserà, perché non c’è vera politica quando è una sola voce a poter parlare, quando è un solo pensiero a dominare, o quando il rumore delle armi sovrasta ogni altra voce. Ma sempre tornerà a farsi vedere, perché “la politica – come scriveva Hannah Arendt – è la favola di un tesoro antichissimo, che scompare celandosi sotto i più svariati e misteriosi travestimenti, e di nuovo appare all’improvviso nelle circostanze più diverse, come una fata morgana”. Oggi, quando siamo ancora agli inizi di un secolo che per tanti motivi ci sembra però già così pesante, che cos’è dunque la politica? A che punto siamo di questa “favola” che da oltre due millenni accompagna la vita degli uomini? La politica è scomparsa dietro uno dei suoi travestimenti oppure ha assunto delle sembianze nuove che facciamo fatica a scorgere? E’ difficile sfuggire alla sensazione che oggi, mentre tutto si muove velocemente, la politica invece sia lenta, impacciata, in ritardo. Non è qualcosa che riguarda solo il nostro Paese, solo noi italiani. E’ qualcosa di più ampio e di più profondo, che interessa tutte le società occidentali, tutte le grandi democrazie contemporanee. Proviamo a capire, e cominciamo a pensare a quanti cambiamenti hanno investito lo “spazio” della politica, e quindi i suoi confini, le sue forme, le sue chiavi interpretative, persino il suo linguaggio. Pensiamo solo all’affermarsi di dimensioni più ampie rispetto allo Stato nazionale, che era tradizionalmente la “casa” della politica. Pensiamo al peso assunto da un’economia globalizzata che muove capitali, merci e persone senza incontrare barriere, senza ostacoli in grado di arrestare questo enorme e continuo spostamento. Pensiamo a come è cambiato il volto del pianeta se metà della popolazione mondiale vive ormai in una delle sterminate megalopoli della Terra o in una grande città. Oppure a come sviluppi tecnici e scientifici fino a poco tempo fa impensabili stanno cambiando il nostro modo di lavorare, di mangiare, di curarci, persino di nascere e di morire. E a tutto questo aggiungiamo una comunicazione vorticosa, frenetica, che favorisce il consumo rapidissimo e troppo spesso superficiale delle informazioni, più che un’effettiva conoscenza, più che una sincera consapevolezza. Non c’è una data, un fatto, un avvenimento, che permetta di dire “tutto è cominciato lì”. C’è però un momento che io credo abbia a che fare, e non poco, con la politica così come la vediamo e la viviamo oggi. Il rischio, e il coraggio, a volte possono fare la Storia. Sia che appartengano a uno statista, sia che vengano da un semplice uomo, da un ragazzo senza nome che ferma la marcia di una colonna di carri armati, avendo come uniche armi due buste, tenute nelle mani, e il suo desiderio di libertà. Era il 1989. Il 9 novembre di quell’anno finisce la guerra fredda, si chiude il tempo delle grandi contrapposizioni, del mondo diviso in blocchi. Quel giorno, sotto le macerie del Muro di Berlino, restano schiacciate anche le ideologie. Ideologie che erano una gabbia, che imprigionavano pensiero e libertà, che rendevano nemici gli avversari. Che avevano la pretesa, in nome di fini indiscutibili e di promesse salvifiche, di spiegare il mondo, mentre quel che facevano era piegare i popoli e gli individui. In nome delle ideologie milioni di persone sono state uccise. Ad Auschwitz. Nei gulag staliniani. Che quel tempo sia finito è un bene. Nessuno può rimpiangerlo. L’Europa oggi è unita. Milioni di persone si sono messe in cammino verso la libertà e la democrazia. Il superamento di quelle fedi assolute ha liberato energie, ha dato forza alle idee e ai valori che animano le culture dell’ambientalismo, del femminismo, dell’interdipendenza, della non-violenza. Che sono nate, non dimentichiamolo, fuori dai recinti delle famiglie politiche tradizionali. Anche grazie a queste culture, ora la politica è più libera, è più capace, o almeno lo è “potenzialmente”, di avere la concretezza necessaria ad affrontare i problemi senza perdere la giusta e indispensabile carica ideale. Pensiamo solo alla non-violenza, a quanto il suo affermarsi sia condizione essenziale per dare un pieno e democratico valore al conflitto, alla radicalità della critica alla società contemporanea. Che è altro rispetto ai giudizi sbrigativi, o neo-ideologici, che tagliano la storia con l’accetta. Ma è anche vero che in quel tempo, se pensiamo ad esempio all’Italia, grandi masse di cittadini sono entrate sulla scena politica, hanno contribuito a costruire e a consolidare la nostra democrazia. E’ vero che ci sono stati momenti, nel Novecento, in cui attorno a grandi progetti accadeva si muovessero le energie migliori della società. Ed è vero che grandi passioni, grandi aspirazioni di libertà e di giustizia sociale hanno mosso uomini a spendere se stessi, la propria vita, per dare diritti e dignità a chi senza diritti e senza dignità era sempre stato. Siamo in un altro secolo, in un’altra epoca. E ci accorgiamo che la corrente della Storia sembra aver trascinato via, e portato a valle, insieme al ferro delle gabbie ideologiche l’argento vivo dei valori, degli ideali, dei pensieri profondi. Ed è un paradosso: proprio mentre potrebbe ritrovare, insieme alla libertà, tutta la sua “bellezza”, la politica è invece prigioniera dei tempi brevi, è appiattita sull’immediato. E’ come impoverita, smarrita. Ha perso il senso delle grandi visioni e vive, quotidianamente, del farsi e disfarsi di veti e alleanze. Fa fatica a decidere ciò che i cittadini attendono e sperano, venendo meno, così, al suo compito. Perché la decisione richiede delega e responsabilità. E’ una politica che finisce col preferire, per autoconservazione, la fragilità di un sistema alla chiarezza e alla forza di una democrazia vissuta nell’equilibrio tra un potere di decisione e un potere di controllo. L’uno e l’altro affidati all’unico sovrano, in una democrazia: il popolo che vota. Così la politica si ritrae e finisce per scambiare miopia e presbiopia. Finisce per coltivare l’idea che il potere sia il fine e non il mezzo. Parlo dell’Occidente tutto, dell’evidente crisi dei meccanismi di decisione democratica in una società globalizzata e con un’economia forte. E’ prova di tutto questo la dipendenza della politica moderna dai sondaggi. Più essi si mostrano fallaci, più ad essi ci si affida. Sono quei numeri a far sapere ai decisori politici cosa pensano i cittadini, come voteranno. Inariditi i rapporti diretti con una società mobile e complessa, ci si affida al valore mediatico di cifre fredde.

        • Pasquale Stipo

          3)
          La politica vera, il tempo lo ha dimostrato, è invece quella di chi sa trasmettere alla comunità il calore di una missione collettiva e sa far sempre prevalere l’interesse generale su ciò che i sondaggi indicano come la momentanea preferenza dei più. Non abbiate paura, verrebbe da dire. Non abbiate paura di dare il senso di un cammino, non abbiate paura dell’impopolarità di un giorno o di un mese, se fate ciò che ritenete giusto. La politica è “arte regia”, non è una disciplina del marketing. Conta essere, non apparire. Nella vita, non solo nella politica. La politica non può essere sola immagine. Non può essere solo “far credere”, conquistare la curiosità delle persone per trasformarla in un consenso semplice, veloce, da prendere al volo e da mantenere quel tanto che basta per arrivare alla prossima scadenza elettorale. Gesti, volti e sorrisi sono parte assolutamente naturale di una politica moderna e senza più, giustamente, l’austera sacralità di un tempo. Ma non sono nulla senza idee, senza convinzioni, senza progetti. E’ la politica a non essere nulla, se si riduce a pensare ai minuti, e non trova la pazienza di piantare alberi. Un albero impiega anni per crescere. Rende molto di più tagliare quelli che ci sono, farne legna e rivenderli, senza preoccuparsi del resto, senza preoccuparsi degli altri e del domani. Ma se cadono a precipizio gli ideali, se conta solo l’immediato, è facile che una persona, e soprattutto un giovane che si affaccia al mondo, dica: quello che succede fuori non mi riguarda, e anche se mi interessasse non avrei modo di far nulla. Tanto vale che io mi occupi solo di me stesso, della mia vita privata, dei miei interessi. Si tratta allora di scendere a valle, e di mettersi al lavoro per separare pazientemente ideologia e valori, le cose che possono restare lì, come sedimento del tempo, e quelle che invece devono essere riportate in alto, in superficie, perché sono preziose, perché servono a ritrovare la strada. Tra queste cose, c’è l’esempio dei grandi uomini che di piantare alberi hanno avuto l’amore e la pazienza. A volte sapendo che alla loro ombra non si sarebbero mai potuti sedere. Cinque anni dopo una straordinaria giornata di agosto del 1963, Martin Luther King avrebbe pagato con la vita per queste e per altre parole, per il coraggio del suo impegno, per l’amore e la pazienza con cui lavorò alla realizzazione di quel sogno; egli aveva un sogno che è poi il sogno di ogni uomo libero. Diceva Martin Luther King: “Lo avete sentito: è un sogno che non è per oggi, è per domani”. “Un giorno”, ripete più volte di fronte all’oceano di persone che lo ascolta. E il sogno non è per sé, è per i suoi quattro figli piccoli, è per chi verrà, è per tutti i popoli, per i loro diritti, per la libertà. La politica è questo. Il suo cuore, la sua bellezza, è qui. E’ dare un senso al presente pensando al futuro. E’ pensare se stessi in relazione agli altri. “La politica si fonda sul dato di fatto della pluralità degli uomini”, scriveva Hannah Arendt. Nasce quando l’uomo esce dal buio della sua singolarità, del suo privato, ed è messo di fronte alla presenza degli altri. Nasce, scriveva, “quando la preoccupazione per la vita individuale è sostituita dall’amore per il mondo comune”. La politica, dunque, è “comunanza tra diversi”. E’ condivisione di idee e progetti che possono cambiare le cose, e a volte fare la Storia. La Arendt scrisse le sue pagine più intense in un tempo di ferro e di fuoco, di totalitarismi e di guerra. In quel tempo ci furono molti, in Italia e in Europa, che del senso e della moralità che la politica può assumere diedero una dimostrazione concreta, facendo quella scelta che cambiò la loro vita e quella del loro Paese. Scelsero la Resistenza. Scelsero di battersi contro la dittatura e l’intolleranza, contro l’oppressione che priva della libertà. Animarono, per dirlo con le parole di uno dei padri della nostra Repubblica, “una straordinaria esperienza di gente che decise di non lasciarsi vivere, di non pensare alla vita come una chiusura in se stessi”. E’ un’idea, quella di inserire il proprio cammino, libero e individuale, in un percorso da compiere insieme agli altri, che è sempre stata, ed è ancora oggi, di un uomo straordinario come Vittorio Foa, che a chi gli domandava cosa avrebbe scelto di fare tornando ad avere trent’anni ha risposto con queste parole. “Cosa c’è di più umile e di più nobile insieme? Non chiudersi, unire i propri passi a quelli di altri. Non pretendere di cambiare il mondo tutto insieme e una volta per tutte, come per anni ci si era tragicamente illusi. No, la politica è non lasciarsi vivere. Senza rinunciare ad essere se stessi. Senza tralasciare le emozioni, e nemmeno i propri sentimenti. La politica è qualcosa che è dentro la vita di ognuno di noi, profondamente intrecciata con i nostri sentimenti. Con la nostra moralità, che non è negazione di ogni soddisfazione individuale, ma è intendere la vita come un’esperienza non solo personale. E’ qualcosa che ha a che fare con la necessità di dare un senso profondo, etico, al nostro agire. Ecco un’altra di quelle cose preziose da riportare in superficie”.. Le domande che vengono in mente, allora, sono diverse. Si possono accostare alla politica parole come dubbio, ricerca, etica, o la modernità in cui siamo immersi richiede solo altro? Oppure, per andare su una strada già percorsa, si può ancora dire che è per “vocazione” che si sceglie la politica? O invece stiamo parlando di una semplice professione, che si intraprende del tutto razionalmente? Prendiamo la celebre lezione di Max Weber su “La politica come professione”. Weber diceva che la passione, insieme alla responsabilità e alla lungimiranza, non può non animare l’uomo politico, e che poi sta a lui riuscire a controllare questa passione, facendosene spingere ma non fuorviare. Weber stesso, però, non aveva timore a parlare di “vocazione”. Diceva che “etica della convinzione ed etica della responsabilità si completano a vicenda, e solo congiunte formano il vero uomo, quello che può avere vocazione alla politica”.

          • Pasquale Stipo

            4)
            Oggi noi viviamo, invece, in una sorta di “età dell’ansia”, nella quale avevamo fatto ingresso anche prima dell’11 settembre, prima che la minaccia del terrorismo internazionale avvolgesse le nostre vite. Siamo immersi nella dimensione dell’insicurezza. E’ la “solitudine del cittadino globale” di cui parla Bauman, che descrive le persone “come i passeggeri di un aereo che si accorgono che la cabina di pilotaggio è vuota, e che la voce rassicurante del capitano era soltanto la ripetizione di un messaggio registrato molto tempo prima”. Di qui, se vogliamo continuare in questa immagine, la ricerca esclusiva del proprio paracadute, della propria salvezza senza pensare a quella degli altri, la chiusura particolaristica, l’innalzare muri contro tutto ciò che non si conosce, che potrebbe comportare un pericolo. E’ una politica piccola, quella che cerca facili scorciatoie, quella di chi solleticando queste paure, le debolezze delle persone, divide tutto in bianco o nero, in bene o male, in amico o nemico, dove il nemico è sempre l’estraneo. La “bellezza” della politica, di una politica “alta”, appare quando si riesce a tenere insieme concretezza e valori, ragione e passione. Lo spiegava già Tocqueville: nella politica, diceva, ci sono due parti, “una fissa e l’altra mobile”. La prima è quella delle grandi teorie, delle leggi generali, dei bisogni permanenti dell’umanità. La seconda è quella pratica, dell’esercizio del governo e della lotta contro le difficoltà di tutti i giorni. Bisogna fare in modo che queste due parti non si separino mai. Perché senza le visioni della prima, senza gli ideali, si rischia di procedere a tentoni. Passione e ragione, dunque. Valori e concretezza. A dare ali a una politica che per tornare a volare ha bisogno esattamente di questo: di un idealismo pragmatico. E a questo proposito vorrei concludere con una storia, presa in prestito da un filosofo, Remo Bodei, che l’ha raccontata qualche tempo fa. Siamo nel 1933, l’anno dell’ascesa al potere di Adolf Hitler. A Berlino, in un Palazzo dello Sport gremito, si svolge un dibattito fra un rappresentante del Partito comunista tedesco, ancora non disciolto, e un rappresentante del Partito nazionalsocialista. Il primo, di fronte a una platea formata da molti operai socialdemocratici e comunisti, comincia a illustrare il principio della caduta tendenziale del profitto secondo Il Capitale di Marx. Dice cose interessanti, lo fa in modo ineccepibile, ma è decisamente pedante. E’ come se trovandosi di fronte un assetato, invece di dargli l’acqua, gli leggesse l’etichetta della bottiglia, soffermandosi sulla composizione chimica del contenuto. L’oratore nazista, invece, parla con foga, usa argomenti irrazionali, come quelli della famosa “pugnalata alle spalle” che avrebbe fatto perdere alla Germania la prima guerra mondiale o dell’altrettanto famoso strapotere occulto, con relativo complotto internazionale, degli ebrei. Però attira l’attenzione, è coinvolgente, conquista chi lo ascolta e viene portato in tripudio da quegli operai che erano arrivati al Palazzo dello Sport parteggiando per l’altro uomo politico. Questo episodio serve a ribadire due cose. Che un’idea, una politica, da sola non cammina. E che le passioni non possono, a lungo, fare a meno di argomentazioni e prove. Da una parte, dunque, nessun programma può avanzare solo perché ragionevole ed efficace. Ha bisogno di essere accompagnato da una visione, deve saper rispondere a quella domanda di senso che ogni società porta sempre con sé. Dall’altra parte, invece, passioni senza verità – in questo caso addirittura aberranti – finiscono per essere parole vuote, rischiano di essere semplice propaganda senza argomenti, e con il tempo vengono portate via dal procedere della storia. E’ qualcosa di simile all’antica saggezza che faceva dire al profeta di Kahlil Gibran, rispondendo alla sacerdotessa che lo interrogava, che la ragione e la passione sono, per chi deve affrontare la navigazione, come il timone e la vela: senza il primo non si governerebbe la direzione, senza la seconda si rimarrebbe fermi. Abbiamo bisogno di ritrovare la passione per la politica. Di riscoprirne la bellezza, e insieme il suo essere lo strumento più alto e nobile di cui gli uomini concretamente dispongono per tracciare il loro cammino, se saranno capaci di restituirle la saggezza, il pudore e il senso di giustizia di cui parlava Platone. Abbiamo bisogno di stare con i piedi ben piantati in terra, e insieme di tornare a sognare. Anche quel che sembra impossibile, irraggiungibile. Quel che sembra utopia. Il perché ce lo ha spiegato un grande scrittore sudamericano, attento alle cose della vita e del mondo. “Lei sta all’orizzonte”, ha scritto Eduardo Galeano. “Mi avvicino due passi, lei si allontana due passi. Cammino dieci passi, e l’orizzonte si allontana dieci passi più in là. Per molto che io cammini, mai la raggiungerò. A che serve l‘Utopia? A questo serve: a camminare.

          • Michelangelo Tarricone

            Cosa dirti, Pasquale, non ho parole sono rimasto veramente a bocca aperta leggendo il tuo illuminante commento sul significato di che cosa è la politica. Bisogna come dici tu studiare il senso della parola politica. Molti non lo fanno e fanno male!!!!
            Mutevolezza e precarietà: i tratti che caratterizzano la nostra società (la società della “modernità liquida”, secondo la formula coniata da Zygmunt Bauman),che tu hai citato e interpretato in modo egregio nel tuo commento, hanno contagiato anche la politica. Una politica che insegue affannosamente problemi ed emergenze anzichè prevenirli, più interessata alle telecamere che ad affrontare le grandi questioni dell’epoca presente.
            Del resto, credo che oggi una politica puramente pragmatica, basata su piccoli espedienti, abbia pochissimoappeal, e anche se valutata da un punto di vista strategico non sia in grado di convincere e nemmeno di vincere, in Italia e altrove.
            Qualcuno ha affermato, parafrasando ironicamente una famosa sentenza di Carl Von Clausewitz, che in questo modo la politica ha finito per ridursi alla “prosecuzione degli affari privati con altri mezzi”.Non voglio dilungarmi oltre, hai detto tutto tu in modo nitido e lucido.Da ultimo voglio solo ricordarti una bellissima frase di Teilhard del Chardin:”le menti realistiche possono pur deridere i sognatori che parlano di una Umanità cementata e bardata non già di brutalità ma d’amore. E tuttavia noi siamo giunti ad un punto decisivo dell’evoluzione umana in cui l’unica via d’uscita si trova nella direzione d’una comune passione che è la politica”. Alla prossima caro amico mio!!!!!!!