Ci vuole orecchio | Becky Black

Ci vuole orecchio / Rubriche // Scritto da Giovanni Recchia // 15 marzo 2016

Ci vuole orecchio | Becky Black

La rubrica musicale di Bisceglie in diretta – 8

“Ci vuole orecchio” è la rubrica di Bisceglie in diretta, riservata alle storie e ai protagonisti della scena musicale locale e nazionale. Uno spazio per conoscere meglio chi fa musica attraverso interviste realizzate dalla nostra redazione. L’ottava puntata è dedicata a Becky Black. Buona lettura

Ci vuole orecchio

Ci vuole orecchio

Patrizia Chiarappa è in arte Becky Black, nome della protagonista del libro che iniziò a scrivere quando aveva più o meno tredici anni e alla quale si affezionò al punto da presentarsi come Becky Black nelle sue prime esibizioni. Il canto non è stato l’unica passione della sua vita: Patrizia ha cominciato a studiare pianoforte all’età di nove anni e crescendo è aumentata la sua curiosità verso questa disciplina artistica. Fin da piccola è stata sempre attratta anche dall’amore per la scrittura. La prima, “vera” canzone, la scrisse a 15 anni, nel periodo in cui entrò nella sua prima band.

Di lei dice che non saprebbe accostarsi ad un determinato genere musicale ma sa solo che nel momento in cui inizia a suonare – che sia il pianoforte o la chitarra – la melodia nasce da sé nella sua mente e lei la lascia andare, così come quando scrive i testi. Becky butta giù parole, pensieri e riflessioni, tutto ciò che vuole comunicare al pubblico. Adora trattare temi “importanti” attraverso testi con messaggi nascosti o di denuncia, dei quali ciascuno può trarre una propria interpretazione. Con la musica ama sperimentare, cerca di viverla a 360°: non a caso ha sempre accettato molte proposte di collaborazioni e progetti, l’ultimo dei quali con due ragazzi (chitarrista e batterista) completamente acustico e testi solo in italiano. Per Patrizia è stata molto dura, considerando che ha scritto sempre in inglese.

Ma quanto tempo ci mette un’artista per acquisire una precisa identità musicale? «Penso sia davvero difficile stabilire un tempo predefinito in cui si matura una personalità artistica e musicale. Ci sono artisti che inconsapevolmente appena iniziano ad appassionarsi alla musica hanno già costruito al loro interno un bagaglio ricco di emozioni e idee ancora inespresse. Conosco anche cantanti che hanno formato la loro identità professionale nell’arco dell’intera carriera. Non so ancora chi sono e quale sia la mia individualità» afferma Becky Black, intervistata in redazione.

Perché nella scrittura e nel canto prediligi l’inglese? «Fin da piccola sono sempre stata affascinata dagli Stati Uniti: non a caso la prima canzone che composi la scrissi in inglese. Per me è stato sempre molto più naturale scrivere in quel modo, al contrario della lingua italiana che sentivo distante dal mio universo musicale».

Il processo di scrittura riassume l’insieme delle emozioni che si vogliono racchiudere in una canzone? «Nel 90% dei casi dovrebbe essere così. Ultimamente gli artisti puntano molto di più al guadagno che possono ottenere piuttosto che al messaggio da trasmettere. Mettere davanti il profitto rispetto all’emozione che si vuole comunicare con la propria arte penso sia una delle cose più tristi che un’artista possa fare ma certe volte purtroppo è inevitabile scendere a compromessi».

Eppure c’è chi non ritiene quello del musicista un vero e proprio lavoro… «Da chi fa queste affermazioni si denota una certa ignoranza. Qualsiasi tipo di professione può essere considerata un lavoro a tutti gli effetti e anche il mestiere del musicista si può definire tale. Dietro la scrittura di una canzone e lo studio di uno strumento spesso ci sono tanti sacrifici e tante rinunce, notti passate senza chiudere occhio, anni di gavetta. Quindi penso sia giusto che un musicista possa guadagnare anche il minimo indispensabile per vivere attraverso la composizione della propria musica».

Becky Black

Becky Black

La solitudine è un momento essenziale per accrescere la consapevolezza in se stessi e instaurare un rapporto diretto con la musica? «Assolutamente sì. Mi sono trovata in alcune situazioni in cui avevo bisogno di staccare la spina da tutto e da tutti, momenti in cui il volume dei miei pensieri era troppo alto e caotico. Non a caso recentemente ho preso la macchina e sono andata al mare, con solo la mia chitarra a farmi compagnia. Ho avuto l’esigenza di stare sola con me stessa e riflettere su determinate situazioni e dubbi che affliggevano il mio stato d’animo, mentre strimpellavo la mia chitarra accompagnata dal suono delle onde. Mi è davvero servito».

Con la futura pubblicazione di uno degli inediti scritto e composto con il gruppo acustico “Assenzio Unico”, dal titolo “Le Bataclan”, hai messo a fuoco con estrema precisione il tragico evento che si è verificato nell’omonimo locale il giorno della strage parigina… «Il brano è nato poco dopo le stragi a Parigi.  Ascoltando la musica composta dal chitarrista, dai tratti molto malinconici, il testo è venuto da sé e mi sembrava anche doveroso scrivere una canzone che ricordasse ciò che era avvenuto pochi giorni prima e dove ragazzi come noi avevano perso la vita».

La musica, per Becky Black, è «il mezzo più potente che sia mai esistito e che ultimamente viene dato troppo per scontato, sembra quasi che la gente sia stanca di “ascoltare”. Ricordo di situazioni in cui la musica ha mostrato tutto il suo potere, come quando Bob Marley con un suo concerto riuscì addirittura a mettere tregua al conflitto politico che stava avvenendo in Giamaica in quel periodo».

Perché hai deciso di intitolare una delle tue canzoni “Kalayaan”? «“Kalayaan” in filippino significa libertà: è questo il tema principale che tratto in questa canzone e mi piaceva l’idea di intitolare il brano in una lingua diversa da quella del brano, scritto in inglese». In questo pezzo affermi “Non impareremo mai ad aprire gli occhi”. Cambierà veramente qualcosa quando inizieremo ad aprire gli occhi? «Se mai li apriremo, forse. Tutto parte da noi, sempre. Penso che già il solo iniziare un minimo cambiamento sia la rivoluzione più potente che si possa compiere e sarebbe d’esempio per tutte quelle persone che attualmente vivono una situazione di stallo nella loro vita. Non fermatevi mai e continuate a lottare per realizzare degli obiettivi, sarebbero già dei grandi passi avanti».

Il tuo secondo inedito nominato “The saddest rose” apparentemente trasmette allegria e freschezza internazionale, ma scavando più a fondo riscontriamo un pizzico di malinconia. A cosa si deve questa discordanza nella costruzione complessiva del brano? «La maggior parte dei testi delle mie canzoni li scrivo di getto, tutti in una volta, ed anche questo ha visto la luce in questo modo. Ascoltato in maniera superficiale potrebbe trarre in inganno, infatti potrebbe essere considerata una canzone d’amore ma il messaggio che risuona in questa composizione in realtà tratta un tema molto più impegnativo, cioè la violenza sulle donne e per questo magari si nota una dissonanza tematica tra la melodia e il testo».

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