Casa Futura Petra: il 22 Sergio Racanati si esibisce in VLEN

Attualità // Scritto da Serena Ferrara // 21 dicembre 2015

Casa Futura Petra: il 22 Sergio Racanati si esibisce in VLEN


Per le proibitive condizioni atmosferiche previste per il giorno 27 novembre, in accordo con l’artista Sergio Racanati e l’amministrazione comunale, la performace “VLEN” era stata rinviata a data da destinarsi.

La nuova data, per il secondo appuntamento del progetto CASA FUTURA PIETRA dopo il Concerto preistorico di Alvin Curran presso il Dolmen La Chianca, è quella del 22 dicembre.

Ideato, diretto e interpretato da Sergio Racanati, VLEN – che si pronuncia con la V lunga – è letteralmente VELENO, espressione dialettale biscegliese per indicare una sostanza tossica con effetti dannosi temporanei o permanenti, anche letali.

Progetto inedito, è un’operazione socio-politico-culturale declinata attraverso diversi dispositivi artistici: performance, cinema sperimentale, installazione. L’azione si svolge nel Comune di Bisceglie, città natale pertanto luogo scelto dall’artista per attivare l’intero progetto, generando un contest specific, realizzato in relazione allo spazio urbano, architettonico ed antropologico.

[VLEN] rappresenta un possibile modello di fruizione del patrimonio dell’identità comune del cittadino contemporaneo, fuori e dentro il proprio habitat e il proprio tempo. Un processo messo in campo mescolando
forme di attivismo politico, note autobiografiche, rilettura della storia e della microstoria locale.

 Le immagini sulle quali è stata costruita la performance – diretta ed interpretata da Sergio Racanati insieme a Roberto Corradino, Teresa Vallarella e Adelaide Di Bitonto – afferiscono al passato adolescenziale dell’artista, alla condizione di un presente “esploso” – in cui sembrano svaniti i riferimenti tradizionali – 
e a un futuro “lontano” che vedrà, tuttavia, una sorte comune per l’intera collettività, dal collasso totale sino alla nascita

di una nuova esistenza. Ne deriva un film, ideato e diretto dall’artista, in cui il territorio biografico dell’autore diventa la matrice narrante di tutta l’opera/azione, che abbraccia il sentire comune e collettivo.

Mirante a quella che chiama “introspezione del territorio”, Racanati arriva a sondare sia l’ambiente naturale che l’ambiente antropizzato, per giungere ad una sorta di “archeologia del presente”, mediante la ricerca e la rivitalizzazione di materiali, paesaggi e oggetti di scarto ormai abbandonati, accumulati, persi, inutilizzati.

Risultato è, parallelamente alla performance e al film, l’installazione site specific, realizzata per la mostra: così l’artista riflette sul fenomeno multiplo di (ri)costruzione e (ri)significazione dello spazio sociale condiviso e dello spazio intorno alla città di Bisceglie, guardando ai luoghi “costruiti” dall’incontro e dall’interazione umana. Così [VLEN] tenta di “ri-costruire” un possibile modello di fruizione del patrimonio dell’identità comune del cittadino contemporaneo.

Ad aprire la performance in tre atti – “RISVEGLIO”,“VITA”,“TENSIONE” – 
è una “macchina già morta”:
simbolo della condizione esistenziale umana odierna.
 A fare da contraltare, una natura incontaminata dalla quale emergono lentamente i resti di una civiltà, lo stato di abbandono delle cose e degli uomini.

Le apparizioni dei personaggi, volutamente vere e proprie esibizioni, restano sospese: l’incontro con il pubblico non si esplica mai con un contatto dialettico comprensivo, bensì si delinea in tracce narrative irrisolte.

“RISVEGLIO” è un mix tra frammenti di litanie, canti popolari religiosi e gestualità delle prèfiche, le donne dell’antichità pagate per piangere ai funerali. Una sorta di “capo santo” dove ci si libera della forma.

“VITA” offre frammenti di lettere, diari, storie biografiche, disagio esistenziale. L’artista qui cerca di ripercorrere ad occhi aperti il proprio habitat e bagaglio adolescenziale, accompagnato da “This is the end” dei Doors, canzone che lo ha segnato profondamente e che riecheggerà nell’aria, alludendo a un approdo su una spiaggia desolata, in una piazzola di sosta, in una dark room. Un’azione fisica “spinta”, che toccherà punte di contenuta allusione sessuale.

“TENSIONE” è, infine, un dialogo gestuale. Una coreografia del sé. Una dilaniante rimappatura del corpo, inteso come indicatore sociale e bandiera politica. Un atomo vagante.

Come afferma l’artista “una sospensione materica più vicina a un cocktail di allucinogeni. Una meccanica celeste.”

In tutti e tre gli atti vi è l’intenzione di cercare l’inizio e la fine, il senso delle cose e della vita attraverso scorci di realtà.
A cominciare dalla piazza, deserta, con le sole impalcature che sorreggono le luminarie della festa del paese, attraversate dai raggi del sole.  La casa di Barbie, abitata dallo stampo in plastica di un busto asessuato color bianco latte. Le architetture quasi astratte. E una serie di oggetti enigmatici. Racanati col suo sguardo attento penetra silenziosamente l’incurante consuetudine dei luoghi, presenta una realtà urbana desolata i cui destini sono intuibili. L’automobile occultata pone lo spettatore in un’atmosfera di mistero irrisolto. Il luogo è sospeso tra l’onirico e il reale.  La luce contorna ed esalta l’aspetto archeologico del soggetto e lo catapulta in una dimensione avveniristica:

così via via lo spettatore è trasportato fuori dal tempo e dallo spazio.

“L’oggetto, conteso alla morte per mummificazione, sopravvive in una sua ultima figura come elemento di pura contemplazione, come sguardo che nega il suo essere utile, il suo essere scambio, il suo essere dono.
Questa riflessione non mi dà tregua. Nella contemplazione di quest’oggetto-reliquia, ho avvertito, a volte quasi un dolore fisico.

La follia del destino a cui l’uomo, per sua scelta, sembra essersi votato: con una mano costruisce,

con l’altra distrugge; con fantasia dà vita a grandi meraviglie, poi con uguale intensità, ma verso un polo apposto,

fa attorno a sé cimiteri a cielo aperto.

A breve il nostro pianeta, la nostra grande culla, la madre terra generatrice di vita, di creazione, diverrà un luogo di non vita, di morte, popolato da carcasse, reliquie, simulacri: ed assisteremo allo spopolamento del nostro pianeta per andare ad abitare, forse un non luogo, rendendolo quasi un parco protetto, una cattedrale dove pregare, un luogo sacro, un luogo di contemplazione. Il presente di un uomo che pare aver dimenticato la propria memoria: un uomo condannato a vivere un presente che è già la memoria del presente”.

Così Sergio Racanati introduce la traslazione dell’intero progetto [VLEN] nell’opera filmica in cui performance, suono
e documentazione del paesaggio antropizzato  si mescolano perdendo le loro specificità linguistiche.

 

 

 

ECLETTICA

Via del mare 11, 76121 Barletta

info@ecletticaweb.it

www.intramoeniaextrart.it/casafuturapietra

[VLEN] ideato, diretto e interpretato da Sergio Racanati,

è il secondo appuntamento di CASA FUTURA PIETRA,

dopo il Concerto preistorico di Alvin Curran al Dolmen La Chianca di Bisceglie,

la performance Territori#2 di Filippo Berta

e l’intervento sonoro e istallativo di Vito Maiullari alla Cava dei Dinosauri di Altamura.
La sintesi di [VLEN] sarà esposta nella collettiva che chiuderà
CASA FUTURA PIETRA nel Palazzo Tupputi, a Bisceglie.

[VLEN] è l’espressione dialettale locale per indicare una sostanza tossica

con effetti dannosi temporanei o permanenti, fino ad essere letale: il veleno, appunto.

[VLEN] è un progetto inedito, un’operazione socio-politico-culturale
declinata attraverso diversi dispositivi artistici: performance, cinema
sperimentale, installazione. L’azione si svolge nel Comune di Bisceglie,
città natale pertanto luogo scelto dall’artista per attivare l’intero progetto,
generando un contest specific, realizzato in relazione allo spazio urbano,
architettonico ed antropologico.

[VLEN] rappresenta un possibile modello di fruizione del patrimonio
dell’identità comune del cittadino contemporaneo, fuori e dentro
il proprio habitat e il proprio tempo. Un processo messo in campo mescolando
forme di attivismo politico, note autobiografiche, rilettura della storia
e della microstoria locale.

 

 

Le immagini sulle quali è stata costruita la performance – diretta ed interpretata da SERGIO RACANATI insieme a ROBERTO CORRADINO, TERESA VALLARELLA e ADELAIDE DI BITONTO – afferiscono al passato adolescenziale dell’artista, alla condizione di un presente “esploso” – in cui sembrano svaniti i riferimenti tradizionali – 
e a un futuro “lontano” che vedrà, tuttavia, una sorte comune per l’intera collettività, dal collasso totale sino alla nascita
di una nuova esistenza. Ne deriva un film, ideato e diretto dall’artista, in cui il territorio biografico dell’autore diventa la matrice narrante di tutta l’opera/azione, che abbraccia il sentire comune e collettivo.

Mirante a quella che chiama “introspezione del territorio”, Racanati arriva a sondare sia l’ambiente naturale che l’ambiente antropizzato, per giungere ad una sorta di “archeologia del presente”, mediante la ricerca e la rivitalizzazione di materiali, paesaggi e oggetti di scarto ormai abbandonati, accumulati, persi, inutilizzati.

Risultato è, parallelamente alla performance e al film, l’installazione site specific, realizzata per la mostra: così l’artista riflette sul fenomeno multiplo di (ri)costruzione e (ri)significazione dello spazio sociale condiviso e dello spazio intorno alla città di Bisceglie, guardando ai luoghi “costruiti” dall’incontro e dall’interazione umana. Così [VLEN] tenta di “ri-costruire” un possibile modello di fruizione del patrimonio dell’identità comune del cittadino contemporaneo.

 

Ad aprire la performance in tre atti – “RISVEGLIO”,“VITA”,“TENSIONE” – 
è una “macchina già morta”:
simbolo della condizione esistenziale umana odierna.
 A fare da contraltare, una natura incontaminata dalla quale emergono lentamente i resti di una civiltà, lo stato di abbandono delle cose e degli uomini.

Le apparizioni dei personaggi, volutamente vere e proprie esibizioni, restano sospese: l’incontro con il pubblico non si esplica mai con un contatto dialettico comprensivo, bensì si delinea in tracce narrative irrisolte.

“RISVEGLIO” è un mix tra frammenti di litanie, canti popolari religiosi e gestualità delle prèfiche, le donne dell’antichità pagate per piangere ai funerali. Una sorta di “capo santo” dove ci si libera della forma.

“VITA” offre frammenti di lettere, diari, storie biografiche, disagio esistenziale. L’artista qui cerca di ripercorrere ad occhi aperti il proprio habitat e bagaglio adolescenziale, accompagnato da “This is the end” dei Doors, canzone che lo ha segnato profondamente e che riecheggerà nell’aria, alludendo a un approdo su una spiaggia desolata, in una piazzola di sosta, in una dark room. Un’azione fisica “spinta”, che toccherà punte di contenuta allusione sessuale.

“TENSIONE” è, infine, un dialogo gestuale. Una coreografia del sé. Una dilaniante rimappatura del corpo, inteso come indicatore sociale e bandiera politica. Un atomo vagante.

Come afferma l’artista “una sospensione materica più vicina a un cocktail di allucinogeni. Una meccanica celeste.”

In tutti e tre gli atti vi è l’intenzione di cercare l’inizio e la fine, il senso delle cose e della vita attraverso scorci di realtà.
A cominciare dalla piazza, deserta, con le sole impalcature che sorreggono le luminarie della festa del paese, attraversate dai raggi del sole.  La casa di Barbie, abitata dallo stampo in plastica di un busto asessuato color bianco latte. Le architetture quasi astratte. E una serie di oggetti enigmatici. Racanati col suo sguardo attento penetra silenziosamente l’incurante consuetudine dei luoghi, presenta una realtà urbana desolata i cui destini sono intuibili. L’automobile occultata pone lo spettatore in un’atmosfera di mistero irrisolto. Il luogo è sospeso tra l’onirico e il reale.  La luce contorna ed esalta l’aspetto archeologico del soggetto e lo catapulta in una dimensione avveniristica:

così via via lo spettatore è trasportato fuori dal tempo e dallo spazio.

“L’oggetto, conteso alla morte per mummificazione, sopravvive in una sua ultima figura come elemento di pura contemplazione, come sguardo che nega il suo essere utile, il suo essere scambio, il suo essere dono.
Questa riflessione non mi dà tregua. Nella contemplazione di quest’oggetto-reliquia, ho avvertito, a volte quasi un dolore fisico.

La follia del destino a cui l’uomo, per sua scelta, sembra essersi votato: con una mano costruisce,

con l’altra distrugge; con fantasia dà vita a grandi meraviglie, poi con uguale intensità, ma verso un polo apposto,

fa attorno a sé cimiteri a cielo aperto.

A breve il nostro pianeta, la nostra grande culla, la madre terra generatrice di vita, di creazione, diverrà un luogo di non vita, di morte, popolato da carcasse, reliquie, simulacri: ed assisteremo allo spopolamento del nostro pianeta per andare ad abitare, forse un non luogo, rendendolo quasi un parco protetto, una cattedrale dove pregare, un luogo sacro, un luogo di contemplazione. Il presente di un uomo che pare aver dimenticato la propria memoria: un uomo condannato a vivere un presente che è già la memoria del presente”.

Così Sergio Racanati introduce la traslazione dell’intero progetto [VLEN] nell’opera filmica in cui performance, suono
e documentazione del paesaggio antropizzato  si mescolano perdendo le loro specificità linguistiche.

 

 

 

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Serena Ferrara

Chi è Serena Ferrara

Giornalista pubblicista dal 2005, pianista nella sua prima vita, dirige "La Diretta nuova" (oggi mensile cartaceo "Bisceglie in Diretta") dal 2008 e www.bisceglieindiretta.it dalla sua nascita. Impegnata nel volontariato, cameraman, si occupa anche di comunicazione istituzionale e di grafica




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