BLOG | U péstazze. Riflessioni all’ombra dell’ultimo carrubo

BLOG / IL PIZZICOTTO // Scritto da Serena Ferrara // 18 novembre 2015

BLOG | U péstazze. Riflessioni all’ombra dell’ultimo carrubo


Ceratonia siliqua o carrubo. Da noi meglio nota come “u péstazze”.  Per i cristiani ha un unico peccato millenario: quello di aver offerto un ramo per il suicidio di Giuda. Di contro ha una lunga serie  di virtù.

Ma questo Bisceglie sembra averlo dimenticato da tanto: non lo conosce né lo riconosce più.

carrubeto (1)Il carrubo, sempreverde che sa di antico, di cose buone di una volta che non si trovano più, è lontano nei ricordi dei nonni, che, bambini, ne ricevevano un baccello maturo in premio se erano stati buoni e diligenti. Era strumento di peso dei preziosi (carato deriva da carrubo) per i greci, cibo per i nostri muli, cioccolato per i nostri avi. L’industria per la produzione di semilavorati ad uso alimentare (oggi la farina di carrube è tra gli addensanti ed emulsionanti più diffusi ed apprezzati), non ne conosceva ancora le virtù, ma gli impieghi sapienti non mancavano: i frutti del carrubo finivano anche sul mercato dei prodotti destinati alle distillerie e alle farmacie.

 Poi, da non si sa quando, quei maestosi monumenti alla vita, hanno iniziato a scomparire.

La speculazione edilizia profetizzata a meraviglia da Calvino, ha abbattuto i carrubeti della litoranea per far spazio ai villeggianti lombardi e dell’entroterra che frequentano la spiaggia durante le ferie estive.  Le vigne a schiera, gli uliveti intensivi, le coltivazioni di importazione, hanno fatto il resto nell’entroterra.

Il carrubo era un inno all’amore, quello che si dona senza chiedere niente. Se ne stava ai margini, fruttificando in silenzio, senza pretendere né acqua né attenzioni. Fioriva persino sul tronco e non si ammalava mai. Stava laddove le altre piante, più sofisticate, non avrebbero accettato di crescere mai.

Noi, però, “bellandocene” della salvaguardia alla biodiversità, delle tante buone azioni “du pèstazze” (quante bocche ha sfamato durante la prima e la seconda guerra mondiale?), delle sue centenarie ombre fresche regalate agli uomini di terra nei mesi più afosi, dell’equilibrio bioclimatico, del bestiame e dei mercati che ancora alimentava … negli anni lo abbiamo fatto fuori.

Anche dai nostri pensieri. Lo abbiamo tradito. Oggi preferiamo importarlo, per le nostre cucine, i gelati artigianali, le erboristerie.

Capita in periferia, soprattutto nel quartiere Sant’Andrea, di incontrarne esemplari sparsi, cosparsi di baccelli dal finire dell’estate all’inverno: nessuno li osserva, nessuno li coglie, forse ancora qualcuno ne riconosce l’utilità.

C’è un unico esempio in controtendenza di integrazione. Negli abitati della SO.CO.BI., dove quasi quarant’anni fa, imprenditori evoluti decisero che un carrubeto, nel giardino condominiale, sarebbe stata una buona idea. In quella che è rimasta la più estrema periferia del quartiere Sant’Andrea, si era guardato al futuro, mentre all’esterno, sulla strada principale, si progettavano decori verdi con esotiche e costose palme che mai troppo tardi ci saremo pentiti di impiantare.

Mentre abbattiamo ulivi nel Salento e ci affanniamo a recuperare quei mandorli e quei melograni che avevamo snobbato e assegnamo orgogliosi l’attributo “rurale” a quanto di rustico riusciamo ad infilare tra le pieghe della vita quotidiana, occorrerebbe una seria riflessione. Perché andare avanti a tentoni senza guardarci intorno non ci porterà che per strada. Magari a protestare con chi dice “no alla strage degli ulivi”, alla privatizzazione della Casa Divina Provvidenza, alla guerra al terrorismo, ma non ha altre soluzioni.

Serena Ferrara

Chi è Serena Ferrara

Giornalista pubblicista dal 2005, pianista nella sua prima vita, dirige "La Diretta nuova" (oggi mensile cartaceo "Bisceglie in Diretta") dal 2008 e www.bisceglieindiretta.it dalla sua nascita. Impegnata nel volontariato, cameraman, si occupa anche di comunicazione istituzionale e di grafica




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