BLOG | “Sceim o Divin”, quando Bisceglie non era più conosciuta come città del manicomio (con omaggio musicale)

Attualità / BLOG / U maere stè a Vescegghie? // Scritto da Mario Lamanuzzi // 18 maggio 2016

BLOG | “Sceim o Divin”, quando Bisceglie non era più conosciuta come città del manicomio (con omaggio musicale)


Mario

Quelli che vengono definiti luoghi dell’anima, cioè i posti nei quali si sono attraversati i momenti più significativi della vita, non è detto che debbano avere le caratteristiche di angoli nascosti per incontri furtivi o spazi impropri per i giochi di infanzia. Mesi fa parlai per esempio, di quei campetti di calcio improvvisati che hanno segnato la voglia da ragazzino di giocare a pallone.

Uno dei posti a Bisceglie che hanno invece rappresentato un periodo di età adulta ma non troppo, oltre i 20 anni e prima di svoltare la vita verso la formazione di una famiglia, è senza dubbio la discoteca Divinæ Follie. Una struttura magnifica, una storia imprenditoriale di successo nazionale e internazionale che tra i tanti meriti ne conquistò uno di rilevante portata sociale, storica e culturale: oltre il confine cittadino, il biscegliese non diceva più di venire dalla città del manicomio, ma da quella “dove sta il Divinæ”.

Divinæ Follie vuol dire famiglia Mastrogiacomo che diede vita al Centro Turistico che tutti conoscono. Da un certo periodo in poi e fino al 2014, si arrivò alla separazione tra proprietà della struttura (in capo a Vito Mastrogiacomo) e gestione della discoteca (che continuava ad essere nelle mani dei figli Leo e Titti).

Una situazione finanziaria complessa ha portato nel 2012 la struttura ad essere messa in vendita all’asta giudiziaria. Ho chiesto informazioni sullo situazione attuale a Leo Mastrogiacomo. Non ha saputo dirmi molto, in quanto non si è più interessato dal momento in cui l’accordo era arrivato a scadenza. In compenso, è stato un fiume in piena su cosa è stato il Divinæ perché per lui parlarne significa «aprire una ferita». E allora via con i ricordi, che meritano certamente un approfondimento perché, parole dello stesso Leo, «Il Divinæ non è stato grande per le dimensioni o per i metri quadri di spazio che occupava, ma perché era un modello di imprenditoria e divertimento sano. Ho sempre immaginato che un giorno ci sarebbero stati i miei figli e non volevo che si sporcasse l’ambiente. Abbiamo detto no anche al racket delle estorsioni, subendo un attentato dinamitardo. Ma non ci siamo mai piegati ad altre logiche».

Due estati in particolare ho vissuto con il Divinæ a fare da tappa settimanale quasi fissa nelle uscite serali. Anni 1997 e 1998, la discoteca è al massimo della sua fama e dopo le contrattazioni pomeridiane in spiaggia con i pierre per le riduzioni e consumazioni extra, dopo le telefonate per guadagnare gli accrediti in un sistema di collaborazione con la stampa locale perfettamente rodato, ci si preparava per la serata e si usciva al grido di battaglia “Sceim o Divin”.

Come detto, la fama del Divinæ si era estesa in tutta la nazione e oltreconfine, ma c’era una pratica che persisteva e si poteva definire di stampo un po’ provinciale: quella di garantire l’ingresso a coppia, un uomo e una donna, o perlomeno con le donne in maggioranza. Una volta, con la mia comitiva fummo fermati alla porta dai buttafuori perché c’era un maschio in più. Uno dei maschi, un mio amico, forse senza rendersene conto chiese al buttafuori: «E nan la tein na sor ca tros ‘nzeim?”. Per fortuna non ci furono conseguenze a quella provocazione.

Sul piano della sicurezza, si percepiva comunque una sorta di rispetto del tempio in quella discoteca. Molti arrivavano da fuori regione in un vero e proprio pellegrinaggio della movida notturna.

Io e i miei amici invece andavamo spesso la domenica, quando c’era la serata “Divinæ Young” dedicata ai più giovani e con il prezzo del biglietto ridotto. Con il passare del tempo, diventando sempre più “cr’mon”, ci rendevamo conto di non avere più l’età adeguata a quel tipo di frequentazioni. Eravamo diventati così troppo adulti che partecipavamo idealmente anche noi al grande e fondamentale dibattito se fosse giusto dire che un dj “suonava” della musica oppure mettesse soltanto i dischi. Chi invece metteva tutti d’accordo era il cosiddetto vocalist, uno che teneva il microfono in mano e doveva urlare per forza qualcosa. Però il suo “tiutttttiiii” gasava molti e dunque anche il vocalist aveva il suo perché.

Il Divinæ era diventato così grande da dividersi in sezioni. L’estate apriva anche la sede invernale per ospitare la serata “Just X”, quella con la musica tecno underground, il “tunz tunz” più estremo. Al “Just X” si andava che era ancora buio e si usciva con la luce dell’alba vivendo un fuso orario del cielo che cancellava lo stordimento della musica. La struttura estiva invece si estendeva anche alla piscina del Centro Turistico dove faceva capolino la musica caraibica, prima ancora di diventare un fenomeno di massa.

C’era anche la musica dal vivo al Divinæ. Tra i tanti artisti passati di lì, c’erano i Jestofunk. Il classico gruppo di musica dance diventato noto per una o due hit ma che una sera a Bisceglie diede vita ad una performance indimenticabile. Se c’è una musica da associare al Divinæ, credo sia proprio la canzone “Can we live” con il vocalist (inteso come uno che usa la voce almeno per cantare) che impressionò “tiutttiiiiii”. Ve la ripropongo allegata qui questa canzone. Una grande canzone per un bel ricordo.

 

VIDEO | Jestofunk – Can we live

Mario Lamanuzzi

Chi è Mario Lamanuzzi

Da oltre 25 anni si occupa di giornalismo locale. Cofondatore de "La Diretta", nel 1999 ha fondato “Bisceglie quindici giorni”, dirigendolo fino al 2003. Ha diretto, in passato, anche i portali Bisceglielive e Molfettalive.




Attualità / BLOG / U maere stè a Vescegghie? // Scritto da Mario Lamanuzzi // 18 maggio 2016