BLOG | 8 marzo, vogliamo davvero festeggiare?

BLOG / IL PIZZICOTTO // Scritto da Serena Ferrara // 6 marzo 2017

BLOG | 8 marzo, vogliamo davvero festeggiare?


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Non sono una femminista né le femministe (sia quelle di “genere” che quelle di “uguaglianza”) le gradisco molto. Pertanto il giorno della Festa della donna, quell’8 di marzo tutto mimose e ampollosa retorica che gira a vuoto, lo sopporto ma non lo condivido.

In trent’anni di interrogativi sulla sua utilità, una risposta che fosse una non l’ho ancora trovata.

Sballarsi (magari in discoteca con una notte brava) in memoria di 129 operaie morte nel 1908 a New York durante uno sciopero, è una idiozia. Quella che festeggiamo è una strage e, a mia memoria, non vi sono altre stragi che si festeggino a suon di drink.

Se proprio dovessi omaggiare la Donna in un giorno preciso, ricorderei il compleanno di Olympe De Gouges (cercatela su Wikipedia, poi inchinatevi).

Ma sono gusti personali, s’intende.

L’8 marzo comunque non mi va giù. Bene che ci vada, si riduce a un mazzo di fiori, due cioccolatini e due o tre convegni contro la violenza sulla donna, giusto per ricordare che il gentil sesso ha una sua fragilità da tutelare. A parole.

Qualcuno si sente in dovere di riaccendere la luce, tanto per fare ‘colore’, sulle quelle quote rosa che nella teoria (nella pratica le donne restano disoccupate più degli uomini) producono riserve indiane, vanno a discapito del concetto universale di merito, offrono una sponda ai bambolai impegnati a costruire fantocci di genere. Non a caso, in Paesi evoluti come la Svezia, le pari opportunità a quote fisse, che penalizzano gli uomini come le donne, si vanno esaurendo: a gennaio è stata bocciata la proposta di legge di renderle obbligatorie nei cda delle società quotate.

L’8 marzo è il giorno in cui, volendo fare i dippiù, scioriniamo i soliti dati (6 milioni di donne vittime di violenza, solo in Italia e 1 milione di vittime di stupri, il 93% attribuiti al coniuge ….), che a furia di ripeterli sono diventati trasparenti. Come la Shoah: una frignatina collettiva per esorcizzare un dolore che storicamente poco ci appartiene e stiamo a posto fino al successivo 27 gennaio.

L’8 marzo non festeggerò, anche per altri motivi. Prima di tutto per la rabbia nei confronti dei colleghi, che si occupano di casi di violenza mandando in scena immagini come quelle di chi, vittima, implora perdono per il proprio esecutore. Pure loro sciorinano numeri e raccontano storie tutti i giorni, ma sbattere il mostro in prima pagina produce solo l’effetto di eccitare i machi imitatori.

Non festeggerò perché ci sono fatti preoccupanti, che passano del tutto sotto gamba, perché evidentemente del tema ci piace parlare, ma senza agire.

Giusto un paio di esempi:

1) LA VALIGIA ROSA CHE A BISCEGLIE NON HA NESSUNO DA SALVARE

COPERTINA-Progetto-valigia-di-salvataggioVe la ricordate la “Valigia di salvataggio”, di cui parlai tempo addietro (esattamente qui), in occasione dell’8 marzo? Scommetto di no. Il progetto, di cui è referente sulla Bat Lucia Di Ceglie (fondatrice della DCL, della comunità per minori “Nonno Enzino” e del Centro di Ascolto per famiglie in difficoltà DCL), non è mai decollato sul territorio, nonostante la sua concretezza eccezionale.

Personalmente l’ho trovato geniale, perché sostituisce le parole, le campagne solidali che finanziano solo i testimonial, le insegne di sportelli che offrono supporto alla donna un giorno a settimana (per due ore e su appuntamento, si intende), a fatti concreti. Chi lo ha ideato, a livello nazionale, deve aver capito molto in tema di violenza sulla donna: chi scappa da un uomo violento , ha bisogno, prima ancora che di supporto morale, di un tetto, di effetti personali, indirizzi fidati, qualche spicciolo per fugare il bisogno del ritorno. Nella valigia rosa consegnata a chi fugge, c’è questo e molto altro. Eppure nessuno divulga il progetto, meritevolissimo di attenzioni. Manco l’8 marzo si spende una parola. La valigia resta sola, come quella donna che, dopo i maltrattamenti, fa ritorno a casa nel 90% dei casi.

2) SOCIAL NETWORK INQUIETANTI: IL FENOMENO “HATER”

La sola idea che esista un social network così, fa rabbrividire. Eppure i numeri ne decretano il successo inquietante. Haters, un’applicazione che mette insieme le persone che odiano le stesse cose, funziona come un qualsiasi sito d’incontri. E aggrega.

A fondarla è stato un 29enne americano, tale Brendan Alper, che ha messo a disposizione dei suoi utenti oltre 3.000 temi su cui confrontarsi e spronarsi reciprocamente all’odio. In Italia, Hater è arrivata da poche settimane, solo su Iphone. Non è tuttavia difficile capire a cosa il “fenomeno” porterà. Stando ai sondaggi (bello quello di Wired, che ha tracciato una “mappa della rabbia degli italiani online”), l’odio degli italiani si concentra su tre cose: classe politica, immigrati, donne. Guardacaso c’è un record che riguarda anche il sud: a una città pugliese, Taranto,  va il record negativo per misoginia. Bari è al 21° posto, Brindisi al 9°. Pure Foggia sta sopra la metà. In Puglia, si salva solo, e per fortuna, la BAT.

rabbia online wired misoginia

Per questo ed altri motivi, mercoledì 8 marzo non festeggerò.

Il 7 maggio, invece, oltre alle mie candeline sulla torta, ne spegnerò anche una per un’altrimenti femminista come Olympe de Gouges. Nell’attesa, vi invito a leggere cosa scrisse nel lontano 1791 e coraggiosamente pubblicò sotto il nome di Dichiarazione universale dei diritti della donna e della cittadina questa cittadina francese, ghigliottinata durante la rivoluzione e dimenticata subito dopo.

Dichiarazione universale dei diritti della donna e della cittadina

DDFC«Articolo I: La Donna nasce libera ed ha gli stessi diritti dell’uomo. Le distinzioni sociali possono essere fondate solo sull’utilità comune.

Articolo II: Lo scopo di ogni associazione politica è la conservazione dei diritti naturali e imprescrittibili della Donna e dell’Uomo: questi diritti sono la libertà, la proprietà, la sicurezza e soprattutto la resistenza all’oppressione.

Articolo III: Il principio di ogni sovranità risiede essenzialmente nella nazione, che è la riunione della donna e dell’uomo: nessun corpo, nessun individuo può esercitarne l’autorità che non ne sia espressamente derivata.

Articolo IV: La libertà e la giustizia consistono nel restituire tutto quello che appartiene agli altri; così l’esercizio dei diritti naturali della donna ha come limiti solo la tirannia perpetua che l’uomo le oppone; questi limiti devono essere riformati dalle leggi della natura e della ragione.

Articolo V: Le leggi della natura e della ragione impediscono ogni azione nociva alla società: tutto ciò che non è proibito da queste leggi, sagge e divine, non può essere impedito, e nessuno può essere obbligato a fare quello che esse non ordinano di fare.

Articolo VI: La legge deve essere l’espressione della volontà generale; tutte le Cittadine e i Cittadini devono concorrere personalmente, o attraverso i loro rappresentanti, alla sua formazione; esse deve essere la stessa per tutti: Tutte le cittadine e tutti i cittadini, essendo uguali ai suoi occhi, devono essere ugualmente ammissibili ad ogni dignità, posto e impiego pubblici secondo le loro capacità, e senza altre distinzioni che quelle delle loro virtù e dei loro talenti.

Articolo VII: Nessuna donna è esclusa; essa è accusata, arrestata e detenuta nei casi determinati dalla Legge. Le donne obbediscono come gli uomini a questa legge rigorosa.

Articolo VIII: La legge non deve stabilire che pene restrittive ed evidentemente necessarie e nessuno può essere punito se non grazie a una legge stabilita e promulgata anteriormente al delitto e legalmente applicata alle donne.

Articolo IX: Tutto il rigore è esercitato dalla legge per ogni donna dichiarata colpevole.

Articolo X: Nessuno deve essere perseguitato per le sue opinioni, anche fondamentali; la donna ha il diritto di salire sul patibolo, deve avere ugualmente il diritto di salire sulla Tribuna; a condizione che le sue manifestazioni non turbino l’ordine pubblico stabilito dalla legge.

Articolo XI: La libera comunicazione dei pensieri e delle opinioni è uno dei diritti più preziosi della donna, poiché questa libertà assicura la legittimità dei padri verso i figli. Ogni Cittadina può dunque dire liberamente, io sono la madre di un figlio che vi appartiene, senza che un pregiudizio barbaro la obblighi a dissimulare la verità; salvo rispondere dell’abuso di questa libertà nei casi determinati dalla Legge.

Articolo XII: La garanzia dei diritti della donna e della cittadina ha bisogno di un particolare sostegno; questa garanzia deve essere istituita a vantaggio di tutti, e non per l’utilità particolare di quelle alle quali è affidata.

Articolo XIII: Per il mantenimento della forza pubblica, e per le spese dell’amministrazione, i contributi della donna e dell’uomo sono uguali; essa partecipa a tutte le incombenze, a tutti i lavori faticosi; deve dunque avere la sua parte nella distribuzione dei posti, degli impieghi, delle cariche delle dignità e dell’industria.

Articolo XIV: Le Cittadine e i Cittadini hanno il diritto di costatare personalmente, o attraverso i loro rappresentanti, la necessità dell’imposta pubblica. Le Cittadine non possono aderirvi che a condizione di essere ammesse ad un’uguale divisione, non solo dei beni di fortuna, ma anche nell’amministrazione pubblica, e di determinare la quota, la base imponibile, la riscossione e la durata dell’imposta.

Articolo XV: La massa delle donne, coalizzata nel pagamento delle imposte con quella degli uomini, ha il diritto di chiedere conto, ad ogni pubblico ufficiale, della sua amministrazione.

Articolo XVI: Ogni società nella quale la garanzia dei diritti non sia assicurata, né la separazione dei poteri sia determinata, non ha alcuna costituzione; la costituzione è nulla, se la maggioranza degli individui che compongono la Nazione, non ha cooperato alla sua redazione.

Articolo XVII: Le proprietà appartengono ai due sessi riuniti o separati; esse sono per ciascuno un diritto inviolabile e sacro; nessuno ne può essere privato come vero patrimonio della natura, se non quando la necessità pubblica, legalmente constatata, l’esiga in modo evidente, a condizione di una giusta e preliminare indennità».

 

Serena Ferrara

Chi è Serena Ferrara

Giornalista pubblicista dal 2005, pianista nella sua prima vita, dirige "La Diretta nuova" (oggi mensile cartaceo "Bisceglie in Diretta") dal 2008 e www.bisceglieindiretta.it dalla sua nascita. Impegnata nel volontariato, cameraman, si occupa anche di comunicazione istituzionale e di grafica




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