“Bar Mitzwah”: il tempo della memoria

Cultura // Scritto da Elisabetta La Groia // 30 gennaio 2017

“Bar Mitzwah”: il tempo della memoria

Al teatro “don Sturzo” si ricorda la storia con uno spettacolo di stampo sociale
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Un momento dello spettacolo

L’ottavo appuntamento con Scena 84, la rassegna di teatro, musica e danza diretta da Tonio Logoluso al teatro “don Luigi Sturzo” è stata dedicato alla Giornata della Memoria per le vittime dell’olocausto, a cui il mondo della cultura tutto presta una delicata attenzione.

La compagnia “Il Teatro delle Molliche”, con “Bar Mitzvah” (per la regia e l’interpretazione di Francesco Martinelli, con Michele Cuozo, Simonetta Guidotti, Marilena Piglionica e Alessandro De Benedittis) si è chiesta come i bambini vissuti ai tempi della Shoah abbiano raggiunto il loro Bar Mitzwah o Bat Mitzwah, ovvero l’età adulta (13 anni e un giorno per i maschietti, 12 anni e un giorno per le femmine). L’età in cui si diventa consapevoli del bene e del male, responsabili di sé stessi e delle proprie azioni davanti alla legge.

Come si può distinguere bene e male se si è vissuti circoscritti in un ghetto o nascosti in un armadio, senza andare a scuola perché “è tempo di guerra”, abituati al risuonare degli spari nelle strade, a mangiare pane ammuffito portato sullo stesso carretto usato per il trasporto dei cadaveri?

La Shoah raccontata dagli occhi e dall’anima dei bambini è ancora più disumana di quanto non lo sia stata. Hanno visto un mondo ribaltato, senza dignità e colori, dove la scuola è usata per rinchiudere gli adulti, dove in prigione ci va chi non ha mai ucciso nessuno, dove si ascolta dolce musica tedesca, domandandosi come possa provenire dalla stessa gente che li bombarda. I bambini si sa, fanno tante domande ma non c’è spazio neanche per quelle, tranne una: “perché?”, sperando intanto di sopravvivere abbastanza a lungo per conoscerne una risposta che dia un senso, che ripristini un ordine logico tra giusto e sbagliato.

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Una fase dello spettacolo

Accanto agli attori, protagonisti a tutti gli effetti sul palco sono quattro appendiabiti con indumenti colorati, usati non solo come oggetti di scena: si trasformano di volta in volta nei muri di un rifugio, nelle ante di un armadio, in onde di un mare in tempesta, ma soprattutto in persone, che muoiono, si tengono per mano, sopravvivono. E per finire si trasformano in lapidi, anonime, numerose, tutte uguali, che gridano all’unisono “ricorda”, al pubblico, in modo che il loro strazio echeggi per sempre come monito per il futuro.

Elisabetta La Groia

Chi è Elisabetta La Groia

Laureata a pieni voti in "Filologia moderna", collabora con la redazione dal 2013. Giornalista pubblicista dal 2016, da sempre appassionata di storia e tradizioni locali.




Cultura // Scritto da Elisabetta La Groia // 30 gennaio 2017